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Le malte della tomba di Cecilia Metella sono tra le migliori di tutti i tempi? Adesso sappiamo perché.

Può destare curiosità il fatto che il sistema di comunicazione del prestigioso Massachusetts Institute of Technology metta tra i suoi ‘Highlights’, attraverso le sue MIT News del 8/10/2021, i risultati di una ricerca del proprio  ‘Department of Civil and Environmental Engineering’ pubblicati su una prestigiosa rivista di tecnologia della ceramica “Reactive binder and aggregate interfacial zones in the mortar of Tomb of Caecilia Metella concrete, 1C BCE, Rome”, se non si conoscesse l’impegno del MIT nel campo dell’Archeometria dei materiali che è a supporto di una attività di formazione culminante nel prestigioso “MIT Interdisciplinary Ph.D. Program in Archaeological Materials”.

Queste ricerche sulle malte romane sono precedute da una notevole mole di studi, non solo di ricercatori americani, come Marie D. Jackson che ha lavorato a lungo anche con ricercatori italiani, ma soprattutto di ricercatori europei (ed in particolare italiani) che hanno dato un contributo fondamentale alla ricostruzione dei materiali vulcanici utilizzati nelle malte romane del bacino del Tevere.

Le straordinarie proprietà di resilienza e durabilità delle malte romane è un fatto ben noto, del resto i ruderi romani che lo testimoniano sono moltissimi in città e fuori (come è il caso della tomba di Cecilia Metella,Fig.1). Quello che i ricercatori del MIT hanno trovato sono le ragioni su base microscopica, dovute principalmente alla reattività delle pozzolane nella creazione di leganti, chiamati dagli autori C-A-S-H (Calcio, Alluminio, Silicato, Idrato), che rendono idrauliche le malte, e di conseguenza durature.

La quantità di tecniche avanzate impiegate nello studio è davvero impressionante: vengono in particolare usate tecniche di microanalisi (come la µ-diffrazione, il SEM-EDS e µ-Raman); tutte tecniche attualmente impiegate nelle nanoscienze (ossia la scienza dei materiali in scala nanometrica). Quello che maggiormente impressiona è che con tutte queste tecniche sono state prodotte immagini microscopiche ad elevata risoluzione, grazie all’impiego di sorgenti avanzate e stazioni sperimentali sviluppate negli Stati Uniti.

I risultati prodotti nella ricerca fanno luce, su scala nanometrica, su di un fatto che sta sotto i nostri occhi. Potrebbe sembrare inutile, quasi aver scoperto l’acqua calda, senza penetrare le conclusioni del lavoro che delineano un quadro sorprendente. Gli autori propongono in modo implicito di utilizzare Roma e i suoi monumenti come un laboratorio permanente per testare gli effetti di certe aggregazioni cementizie in modo da verificarne la validità con tecniche avanzate e, ultimo sviluppo, proporre nuove tecnologie di produzione delle malte. Davvero sorprendente.

 

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 Fig. 2 - Schema comparativo e cronostatigrafico dei dati geochimici delle cave e dei depositi vulcanici del Vulcano laziale e dei Monti Sabatini (Fonte dei dati: F. Marra, D. Decocampo, M.D. Jackson, G. Ventura)

La resilienza e la durabilità di una malta non può essere prevista in laboratorio, occorre comunque che i risultati vengano poi verificati nel tempo in condizioni che non sono facilmente riproducibili in laboratorio. Perché allora non imparare direttamente da ciò che si è fatto in passato, cercando con tecniche avanzate di individuare le ragioni di tali successi? Non so se i ricercatori del MIT abbiano chiesto o ricevuto dei finanziamenti per fare specificatamente tali ricerche: sarei in proposito molto curioso.

Qui veniamo ad un altro aspetto interessante e significativo dei risultati presentati. Le malte romane, come ben detto nell’articolo, sono fatte con una tipologia di materiali vulcanici molto eterogenea, che permette di verificare sperimentalmente i meriti e i demeriti di alcuni di essi. La nostra conoscenza di tali materiali vulcanici, provenienti dai due sistemi vulcanici che sono presenti nella valle del Tevere, rispettivamente a destra (Vulcani Sabatini) e a sinistra (Vulcano Laziale) del fiume è veramente dettagliata, anche grazie al contributo di numerosi ricercatori italiani e di uno degli autori statunitensi (Fig.2). Questo ha permesso di creare una classificazione in termini di qualità delle malte utilizzate a Roma in tempi successivi. In particolare, le malte del tardo periodo repubblicano (30-10 a.C. come quelle di Cecilia Metella) sono considerate tra le migliori per resilienza e durabilità. L’eterogeneità dei sedimenti vulcanici impiegati permette di fare confronti e di individuare quali siano state le scelte migliori. Nel caso delle malte della tomba di Cecilia Metella la scelta di tali materiali può essere però considerata quasi obbligata; infatti, i costruttori usarono materiali provenienti dalla colata lavica detta di Capo di Bove (vedi la figura), ricca di cristalli di Leucite. Essa terminava a pochi metri dalla Tomba di Cecilia Metella (Fig.3) per cui probabilmente, fu più una scelta economica che tecnologica.

 

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Fig.3 -  Colata lavica del Castro Caetani (Parco dell’Appia Antica, Foto Itineroma)

Non possiamo finalizzare questa analisi senza citare il fatto che le malte stanno diventando un materiale di interesse archeometrico primario, come le ceramiche, i metalli ed i vetri, perché permettono, grazie alle notevoli conoscenze acquisite negli ultimi anni e alla maggiore disponibilità di tecniche avanzate che è possibile utilizzare, per la loro caratterizzazione: (i) di tracciare la provenienza dei materiali e quindi ricostruire l’economia in determinati periodi e siti, (ii) di datare in qualche caso un certo strato o manufatto e (iii) di individuare le diverse fasi di costruzione di un edificio.

Come vedete ci sono numerosi stimoli dalla lettura di questo lavoro, forse non li ho detti tutti.


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