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I Sumeri

Un libro avvincente I Sumeri di Franco D’Agostino, che nel formato tascabile cartaceo, ancora il più amato dai lettori di tutta la Terra, spiega, non senza classificazioni da ‘fabric analysis’ delle tavolette d’argilla, come questa cultura dell’alluvio mesopotamico fosse la prima tradizione manoscritta nella preistoria dell’Asia occidentale a ridosso del bacino mediterraneo. 

Sentiamo spesso parlare di Mosul in Iraq e della distruzione del suo Museo, una prima volta danneggiato già nel 2003 e, con video simultaneamente diffusi dai network, nel 2015 ad opera dell’Isis, che ne ha sbriciolato i reperti archeologici, tra cui un lamassu, cioé un leone con testa umana, provenienti dai siti di Nimrud e di Ninive, città di Ishtar, Venere fondatrice del regno Assiro di Assurbanipal.

L’epica di Gilgameŝ con la pelle di leone, re di Uruk, lo scriba che si era ribellato alla dea (Inanna), ha segnato profondamente la mitologia greca senza aver avuto, nemmeno per la letteratura ellenistica, altra consistenza che non fosse Babilonia, città amorrita di popolazione semitica e di lingua accadica. La riscoperta, culminata nel 1853, delle tavolette cuneiformi provenienti da disparati siti archeologici della Mesopotamia antica, alcune delle quali al British Museum, contenenti differenti redazioni del suo panegirico calendariale è lo spartiacque del recupero della memoria di un antroponimo in un testo teogonico compiuto, fatto con l’argilla, che favoleggiava di un’età dell’oro situandola oltre il diluvio. Il sumero più venerato a Babilonia, dopo Sodoma la città più caduca della Bibbia, a differenza di Ercole non aveva raggiunto l’immortalità, ma nella sua apoteosi donato agli uomini la conquista dell’alterità, un idioma.

Grazie a più sequenze tangibili di segni logografici, anche solamente fonetici nel successivo sistema assiro-babilonese, era non solo verosimile che Gilgameŝ non fosse un dio, un démone, un idolo, o il primo uomo, ma certo che l’archetipo della favola apotropaica delle sue gesta fosse il primo inno alla conoscenza. Lui stesso socialmente un re affiancato da un pastore di nome Enkidu nel testo, ricomposto dalle disparate versioni pervenute isolatamente mutile e reso attendibile dallo scriba Sinlequinnini di Uruk, era diventato nel secolo scorso - significativa del radicarsi del nomadismo e probabilmente di una censura politica del matriarcato con la sua inclusione in una società patriarcale - autobiografia di un peregrinus del neolitico, che aveva composto una geografia in cuneiforme sumerico dell’alluvio mesopotamico.

 

Leggendo I Sumeri di Franco D’Agostino appena edito da Hoepli, neanche arrivati al secondo capitolo e in bilico sul Ramo d’oro di James Frazer, nel vago sospetto, instillato da Isidoro di Siviglia, che antenato dei Saraceni possa essere anche stato il re assiro Sargon II, precipitiamo nella loro sapienza universale, che, se fu brevemente soggiogata dai Gutei, non per questo ebbe nei Semiti un tradizionale antagonista di frontiera, ma avrebbe avuto piuttosto l’interprete più autentico. Finalmente i cinque continenti del pianeta appaiono popolati e percorsi in lungo e in largo da tutti i suoi abitanti, ovunque genialmente originati dalla parola, e nel Vicino Oriente, sul versante mediterraneo, connotati non solo dal colore nero dei capelli, ma da una capacità di immedesimazione che oltrepassava le distinzioni di specie, di genere, di lingua e perfino gentilizia, dotatasi di proprie sinossi comparative sotto forma di indici protodinastici e cronologici. Se in fatto di egemonia i Sumeri contesero agli Egizi la forma di un’organizzazione statale monocratica, nel primo termine di paragone concettualmente lontana dall’impero almeno nei primi millenni, molti altri primati di supremazia oltre quello della scrittura e della complementazione fonetica degli ideogrammi cuneiformi le sono stati e le sono attribuiti, quali l’invenzione dei numeri e dei sigilli, della ruota, della vela e dell’ogiva, e perfino quella della prima biblioteca nella storia dell’umanità, denominata di Assurbanipal (VII a. C.), rinvenuta intatta con la sua tradizione millenaria di 120.000 testi, per lo più di ceramica d’argilla cruda e, talvolta, bitume. Un rilievo a parte ha meritato l’importanza dei sigilli, scoperti anche a Ebla (Tell Mardikh) ed in area elamita (Iran), come titoli di compenso premiale e venale, prototipi onorifici della moneta metallica introdotta in Lidia (VII sec. a. C.) e in uso quali pegni e valori di scambio corrispettivi di pesi di argento e orzo. Nel XIII secolo a. C. tracce del dominio sumero erano evidenti fino a Biblo, città del papiro e del primo alfabeto fenicio, ritenuto di origine egiziana, nonché città di Adone, protagonista di un altro mito persistente nella tradizione della cultura occidentale, e, quando ormai la lingua dei Sumeri era scomparsa da un millennio, ne era sempre tramandata la pratica amanuense dello scrittorio cuneiforme, più che manufatto, esso stesso fenomeno di impatto irenico sulle lingue indoeuropee e le semitiche, compresa l’Ittita dell’Anatolia antica e fino al semialfabetico dell’impero persiano.

D’Agostino restituisce ad una platea molto ampia di lettori, con chiarezza e sinteticità, una silloge e una cartografia storica suddivisa per periodizzazioni, frutto di una conoscenza sicura degli insediamenti archeologici risultati dagli scavi intrapresi durante due secoli, compresi i ritrovamenti del 2005 a Nassirya: un’impresa da Gilgameŝ ricostruire il retaggio di una cultura del neolitico così diffusa e condivisa da compenetrare un territorio tanto sterminato quale il Medio Oriente. Una cultura che ne aveva assimilato la variegata popolazione e sfruttato tecnicamente tutte le risorse naturali in un paese ricco d’alture, d’acqua e di petrolio, primeggiando nell’urbanizzazione ed evolvendo con un’accorta propaganda, attraverso il rituale poietico della divinazione e dei segni - vere e proprie iscrizioni - lo status di tutti i suoi abitanti. Svelandoci non solo l’intera compagine autoctona di una società legittimata, considerata come tale a partire dal ritrovamento del Codice di Hammurapi nel 1901 a Susa, ma i miti demiurgici proiettati sulla sua storia dagli stessi suoi scopritori e sistematizzatori, avanguardie artistiche del Novecento, per i quali Gilgameŝ avesse rappresentato, non solo ipoteticamente nell’iperbole mondana, il vate affabulatore della verità dell’oltretomba.

La profondità dello storico ci consegna tutta d’un fiato una cronologia che dai millenni che precedono il calcolitico del periodo di Ubaid nell’Iraq meridionale è tramandata ai secoli dell’età villanoviana (XII a. C.): fino a quando, cioé, al di sotto dei grandi occhi e delle trecce delle sculture sumerico-accadiche antropomorfe, in territorio italico avremo visto spuntare, non meno autoctono, il sorriso onirico degli Etruschi. Ineffabile nel volto di un’umanità primitiva lo ius vitae ac necis e la macabra scoperta di Leonard Woolley nel 1922 delle Tombe Reali di Ur (Tell-el- Muqayyar), praticato fino al periodo sargonico, olisticamente relegata. Era giunto moribondo alla soglia dell’età del bronzo finale e della fondazione di Roma il destino dello stato che si era ribellato alla schiavitu’, inventando il contesto epigrafico edificante che avrà tramandato ai posteri interi ‘corpora’ di testi multilingui, parallelamente e contiguamente alla scrittura ieratica egizia.

Se hanno validità obbiettiva le distinzioni di comodo dei secoli scorsi di civiltà sumero-accadica e di arte assiro-babilonese, attendibilmente in uso tuttora, nella griglia cronologica dell’età della pietra trovano posto le stratificazioni di Eridu a pochi chilometri dalla ziqqurat di Ur, a stabilire a sua volta quale fosse stato l’indiscutibile traguardo sumerico insieme alle opere di canalizzazione: l’invenzione della città, sorta  dalla lavorazione dell’argilla e della pece. 

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