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Carta del Rischio?

Lanciata negli anni ’90 da Giovanni Urbani, allora direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro, l’idea di una Carta del Rischio del Patrimonio Culturale Italiano, prendeva corpo dalla coscienza che il Patrimonio Culturale è una risorsa non rinnovabile e proprio per questo andava adottato un sistema di gestione che, considerata l’evoluzione delle tecnologie all’epoca, poteva basarsi su sistemi informativi geografici nei quali la fusione di tutti i livelli di conoscenza, opportunamente strutturati, individuava precipuamente il rischio del Patrimonio e il connesso grado di urgenza.

Carta del Rischio?

Internet dei monumenti, ovvero a ciascuno il suo indirizzo IP

Rilevamento e acquisizione di dati attraverso sensori sempre più sofisticati e precisi, accesso e utilizzo di basi di dati sempre più complesse e ricche, accresciuta capacità di analisi, elaborazione e fruizione dei dati attraverso servizi sempre più innovativi, uso di Internet. Sono queste le principali direttrici lungo le quali sta rapidamente evolvendo il settore delle tecnologie applicate ai beni culturali.

Tempio di Hera

C'è spazio per i Beni Culturali nelle smart cities?

Costruire una nuova città con i criteri smart è sicuramente più semplice di adattarne una storica. Smart o intelligente può significare ad esempio anche una cosa semplice come ottimizzare i punti di scambio nelle fermate del trasporto pubblico, ove l’impedimento del tessuto storico (o forse anche un po’ di incapacità progettuale) vanifica appieno le plurifunzionali app informative dei nostri palmari, dove un'intelligente integrazione di sistemi informativi consente di conoscere quale sia il modo migliore per raggiungere una località desiderata.

C'è spazio per i Beni Culturali nelle smart cities?

Open Access per la ricerca sui Beni Culturali

La causa della conservazione del patrimonio culturale è insieme a quella della ricerca medica un’impresa che dovrebbe essere sentita da tutti e meno affetta dall’aggressione della speculazione industriale. Si sa che il mercato delle industrie coinvolte dai beni culturali è limitato a pochi settori i quali, escludendo gli interventi sempre più rari di improbabili mecenati, non navigano nell’oro a causa della bassa sostenibilità degli interventi, che ad oggi solo dal turismo avrebbe un ritorno e l’avrebbe solo dagli incassi dei biglietti per i musei, i monumenti e le mostre, che tra l’altro riescono a richiamare visitatori a sufficienza solo se offrono una spettacolarità, o congenita alla struttura, come nei casi eclatanti del Colosseo e della Domus Aurea, o ricostruita con chiari alti costi di intervento. Oltretutto porterebbero un bene alla cultura del patrimonio, attirando l’attenzione dei più e dei media, ma solo su pochi elementi, resi selettivi e spettacolari, dalla cultura dell’evento che però tralascia migliaia di “illustri esemplari” senza approfondimento alcuno o comunque inaccessibili ai più. Potrebbe dirsi in tal senso che la politica della valorizzazione sia solo puntuale e tematica di fronte ad una cresciuta domanda di valorizzazione complessiva, sistematica e territoriale.

L’Open Access per le informazioni, inteso come accesso on-line libero e immediato non solo ai risultati della ricerca scientifica e il diritto di utilizzare e riutilizzare questi eventi silenti, ha il potere di trasformare il modo sia di fare ricerca che di condurre l’indagine scientifica. Ha implicazioni dirette e diffuse per il mondo accademico, la medicina, la scienza, l'industria e per la società nel suo complesso.

L’Open Access ha il potenziale per massimizzare gli investimenti di ricerca, aumentare l'esposizione e l'utilizzo di ricerche pubblicate, di facilitare la capacità di condurre una ricerca in tutta la letteratura disponibile, e migliorare l'avanzamento complessivo degli impegni cosiddetti “precari”. Agenzie di finanziamento della ricerca, istituzioni accademiche, ricercatori e scienziati, insegnanti, studenti e membri del pubblico in generale, stanno sostenendo il passaggio a Open Access in numero crescente ogni anno. Open Access Week è un'ottima occasione per tutti i soggetti di una comunità ad agire per rivitalizzare uno slancio a proseguire (wiki.openarchives.it).

Open Access Week, un evento globale che si tiene ormai da otto anni, è il luogo di diffusione e partecipazione accademica e di ricerca per continuare e sviluppare i potenziali benefici contribuendo a ispirare la diffusione più ampia, in modo da non duplicare i risultati raggiunti (tra gli altri limitati all’eterna scansione di documenti già in rete,o, peggio, alla limitazione dei formati di lettura). E da alcuni anni sta promuovendo anche in Italia un’adeguata cultura sulla libera fruizione del dato editoriale.

Ma la vera occasione viene dalla Commissione Europea che ha disposto che i progetti di ricerca Horizon 2020 debbano essere pubblicati in Open Access. A livello normativo italiano la situazione è complessa e in uno stato di continuaevoluzione per la necessità di adeguamento dei vecchi schemi editoriali. La ricerca sulle tecnologie per i beni culturali ha estremo bisogno di Open Access, affinchè le risultanze della ricerca non siano solo finalizzate ad un impegno “in carriera” del singolo ricercatore, ma accrescano i metodi di conservazione e fruzione.

 

Editoriale pubblicato su Archeomatica Numero 3 2014 

Open Access per la ricerca sui Beni Culturali

Il ritorno dell'aerofotogrammetria in archeologia

Telerilevamento e Fotogrammetria sono due tecniche diverse molto usate in archeologia e si fondano su principi diversi che richiedono precipue competenze. La International Society of Photogrammetry and Remote Sensing (ISPRS) è l’associazione che raggruppa tutti gli esperti mondiali del settore ed è attiva da decenni a livello internazionale, promuovendo convegni in tutto il mondo a cadenze fisse, durante le quali il punto della situazione sull’avanzamento tecnologico è illustrato singolarmente e dettagliatamente. Ciascuna nazione viene rappresentata nella ISPRS dalle analoghe affiliazioni locali come, tra le altre, la statunitense ASPRS (American Society of Photogrammetry and Remote Sensing), o l’italiana SIFET (Società Internazionale di Fotogrammetria e Topografia), nella quale ultima, però, al posto del Telerilevamento (Remote Sensing) troviamo la classificazione di Topografia. L’originalità italiana dipende dalle competenze scaturite da autonomi settori formativi, che sono consistiti, dalla fondazione dell’AIT (Associazione Italiana di Telerilevamento), nella riunione dei gruppi di esperti e ricercatori delle due branche disciplinari in un solo organismo. L’adozione da parte delle Agenzie Spaziali di ulteriori denominazioni del campo di ricerca hanno dato vita nel corso del tempo all’Earth Observation (EO), che in Italia cumula e sviluppa con una certa indifferenziazione il Telerilevamento e l’Osservazione della Terra. In campo archeologico Fotogrammetria e Telerilevamento sono tecnologie fondamentali che supportano i ricercatori nelle fasi di esplorazione, individuazione e documentazione e sono traenti per caratteristiche di precisione e dettaglio.

Le esigenze pratiche connesse al costo di sviluppo dei dati hanno portato negli scorsi decenni a dispiegare le due disparate metodologie forse in parte al di là delle prestazioni nominali di ciascuna, che per il Telerilevamento è determinata dall’analisi dell’emissione di energia elettromagnetica effettuata sulla superficie terrestre, sollecitata dal Sole o da altre fonti ed è in grado di sensibilizzare un apposito sensore, mentre, per la Fotogrammetria, dalla misurazione e rilievo cartografico di alta precisione con procedimenti 3D, svolti a bordo di aerei e velivoli appositamente attrezzati. L’evoluzione dei satelliti ha lasciato ritenere una progressività nella riduzione dei costi delle immagini satellitari, che avrebbero potuto competere con quelle aerofotogrammetriche, rendendo accessibili tali tecnologie anche nei casi di limitata disponibilità economica o di impegno parziale di approfondimento quale quella applicata del settore di prevenzione esercitata sul Patrimonio Culturale. Le recenti risultanze di uso di velivoli a pilotaggio remoto, gli UAV, dotati anche di camere amatoriali, hanno trovato un fertile campo di impiego, assistiti, così come sono, dalle notevoli capacità, adattamento, correzione e capienza dei softwares, in grado spesso di sopperire alle aberrazioni ottiche, anche nell’uso occasionale di obiettivi di bassa qualità o accuratezza.

Il rilievo aerofotogrammetrico archeologico con UAV (o APR in italiano, ma evitiamo l’uso della parola DRONE, che tanto terrore può incutere a popolazioni che ne stanno soffrendo usi bellici) attualmente si propone come soluzione definitiva, a basso costo, per qualsiasi necessità di mappatura di siti e monumenti archeologici, comportando risoluzioni di altissimo livello, finora impensabili o raggiungibili solo noleggiando aerei opportunamente dotati in volo di camere aerofotogrammetriche con potenti teleobiettivi. Non solo la precisione fornita da una bassa quota, ma anche la manegevolezza e trasportabilità del mezzo si è rivelata senza precedenti confrontabili. Una valigetta portatile, un cosidetto collo a mano, spesso contiene l’intero corredo necessario per esegure voli aerofotogrammetrici di alta qualità da terra. Un limite ancora è costituito dalla relativa autonomia, nell’ordine di qualche decina di minuti, sulla quale però tecnologia insorgente fornirà adeguate risposte, si spera, a breve termine.

L’Italia, che si propone al mondo come un paese leader del settore, ha appena dimostrato la possibilità di effettuare rilievi aerofotogrammetrici archeologici anche in zone storicamente inagibili, nelle quali per varie motivazioni di dislocazione, conformazione e sicurezza dell’area da sorvolare in situazioni belliche, anche negli ultimi decenni era stato possibile il solo sfruttamento al massimo grado delle informazioni dei satelliti. Il Ministero degli Affari Esteri, per il tramite dell’organismo della Cooperazione allo Sviluppo, ha appena raggiunto efficacemente l’obbiettivo di una prima ripresa ad alta risoluzione con velivolo a pilotaggio remoto dell’area del sito archeologico di UR, sito per il quale è lo stesso Stato italiano ad approntare un Piano generale di Conservazione, entro cui l’Iraq consegua la dichiarazione finale di sito di interesse dell’umanità da parte dell’Unesco. (per avere informazioni sulla ripresa aerea di UR vedi immagine campione a pag.35 del Numnero 2 2014 di Archeomatica).

 

Editoriale del numero 2 2014 di Archeomatica.

 

Il ritorno dell'aerofotogrammetria in archeologia

La cultura al tempo del FYBORG

Bio-ipermedia ovvero l’ambiente peculiare cui tutti noi ogni giorno diamo luogo interagendo nello spazio-tempo, attraverso i corpi, con macchine, reti, algoritmi, dati, territori reali e sintetici (Giorgio Griziotti). Secondo modalità di crescente intensità e pervasività, con le interfacce, estensioni meccaniche ed elettroniche, che tendono a integrarsi sempre più intimamente nei corpi, estendendo e potenziando le capacità umane, finendo per modificare la stessa coscienza.

Tecnologie e Ricerca per i Restauratori Senza Frontiere

Sembrerebbe voluta la somiglianza del nome che si è imposta la neonata associazione Restauratori Senza Frontiere (RSF), per affinità ai gruppi associativi in campo medico che nei decenni scorsi hanno riscosso in pari misura risonanza e critiche per il loro operato nel mondo. Un’associazione senza scopo di lucro che si pone obiettivi molto simili a quelli delle campagne mediche, per riconoscere e salvare stavolta le tracce della presenza umana attraverso i secoli. Nasce in Italia il luogo in cui si matura competenza attraverso esperienze e sperimentazioni a vari livelli, il cui corso spesso, se non mosso sull’arte italiana, rimane quasi sconosciuto. Neanche Archeomatica, nonostante si sia proposta come veicolo di selezione informativa, raggiunge la globalità, anche intermittente, delle sperimentazioni compiute per testare l’uso di tecnologie, sia consolidate sia avanzate, per la salvaguardia dei beni culturali. In Italia la comunità scientifica è un crogiuolo in cui si fondono attività, sperimentazioni e ricerche che si concretizzano lasciando libertà ai ricercatori di individuare le linee che ritengono transitive al futuro, senza che il controllo limitante dovuto alla carenza sintomatica di mezzi abbia spinto ad ottimizzare le risorse più disparatamente veicolate. Dovrebbe essere possibile soffermarsi più spesso sulla raccolta dei dati di investimento e rilanciare strategicamente tecnologie ed inesplorato.

Quello che Archeomatica mostra è una piccola parte dei controlli incrociati, delle verifiche e dei test di lavoro a raffronto, che si succedono nella realtà verso l’Italia e dall’Italia, spesso pubblicati solo al di fuori della comunità italiana. A volte è evidente come la scarsa confrontabilità su canali paralleli produca inutili ripetizioni, altre volte invece l’indisciplinata o microscopica esplorazione appare esserne il valore ottimale. Sta di fatto che in questo momento le tecnologie italiane per i beni culturali sono considerate le più sviluppate al mondo, forse non meritatamente; un riconoscimento molto vicino a quello del marchio Ferrari, conquistato a fatica con sforzo compiuto da altre generazioni e da chi ne continua a tutti i livelli il lavoro, in ogni stratificazione della memoria storica, nei criteri di manutenzione, documentazione e conservazione conseguiti dalle indagini di risultato. L’impressione è che stia sfuggendo il picco conquistato per l’assenza di dialogo, d’indirizzo e di coordinamento tra la didattica, la ricerca e il mondo del lavoro. E’ corretta nell’impostazione la conduzione partecipata che distingue la ricerca di settore, ma è altrettanto rilevante dare spazio a chi è guidato da interessi finalizzati, e non solo alla leadership a se stante, di settori occupazionali che sono stati identificati come trainanti di risorse economico-produttive. Una gestione partecipata non dovrebbe travalicare la ricerca individuale come privatistica, affondando il rapporto collaborativo di équipe e di interscambio che nel secolo scorso ne ha caratterizzato il primato.

Rivolgendosi a chi adesso si avvicina all’arco della ricerca nelle professioni nell’albo dei beni culturali, lo stimolo dovrebbe essere verso ricerche che ad un primo approccio potrebbero sembrare rigorose quanto senza esito, o con esito ristretto a campi limitati, emarginati dai risultati apparenti nei filoni allargati ad iniziative programmatiche, senza lasciarsi abbattere da risultati non così evidenti per ognuno o all’altezza sperata. Suggerirei invece di seguire con proprio estro, affrontando le iniziative inesplorate come le correnti anche troppo esplorate, alla luce delle risultanze vicine e lontane del lavoro svolto da altri nostri colleghi, opinandole. Solo così ne sarebbe preservata la portata di conoscenza acquisita e di metodo accolto sommerso quanto emergente.

All’associazione RSF e con l’associazione proporrei di essere ambasciatori di questa capacità italiana, raggiunta testando strumenti che elevino il valore di ciascuno attraverso la pluralità del contesto e la critica più che meritata alla competenza disarticolata dalle istituzioni, specialmente dove si voglia interpretare la storia recente degli affidamenti a privati di appalti sui monumenti antichi e storici come un’intenzionalità volta a fare a meno proprio dei restauratori. Preparazione che deve avere invece il risalto della champions league prima di tutto in Italia, poiché è il nostro Stato fra quelli che più hanno investito nella palestra internazionale della ricerca e nel laboratorio storico-archeologico tra i più concentrati e massivi al mondo. Non possono venire a mancare dove c’è più bisogno dei checkup dei monumenti e, in questa attività di diagnostica, della tecnologia più esatta in kit, appositamente studiata per e su questo territorio. Devono essere esortati ed incoraggiati a pensare che c’è bisogno di loro anche all’interno delle nostre frontiere. Si lavora molto per problemi economici indirizzando la finalizzazione di export del know-how di risultato, lasciando non presidiato il campo italiano: Pompei e il Colosseo ne esplicano l’emblematicità positiva e negativa al tempo stesso.

La Corte dei Conti chiede i danni alle agenzie di rating per non aver valutato il patrimonio culturale.

agenzie rating
Può il valore del patrimonio culturale italiano influenzare il rating? Secondo la Corte dei Conti Italiana si e per questo ha citato per danni le agenzie di rating internazionali. 
Lunedì 10, a Geo&Geo, la trasmissione quotidiana di Rai3 condotta da Sveva Sagramola, si parlerà di beni culturali, e in particolare del valore del nostro patrimonio artistico e paesaggistico. Se ne parla, con Paola Guidi, giornalista e autore del libro “Uomini e tecnologie per la protezione dei beni culturali”, a proposito della notizia clamorosa di questi giorni e cioè che la Corte dei Conti ha citato per danni le tre maggiori agenzie di rating internazionali, S&P, Moody’s e Fitch, per il downgrade dell’Italia del 2011. La citazione è accompagnata da una pesante richiesta per 234 miliardi di euro. E’ grave infatti l’errore fatto dalle agenzie nel non tenere conto “dell’alto valore del patrimonio storico, culturale e artistico del nostro paese che -sottolinea la corte dei Conti- rappresenta la base della sua forza economica”.

(Fonte: Redazione)

La fonte d’Ippocrène di Piero di Cosimo

Piero di_Cosimo 

Nel Piero di Cosimo alla National Gallery di Ottawa noto come ‘Vulcano ed Eolo’ l’arte di Vulcano dell’età eroica è dipinta tra case in muratura e una varietà subtropicale di fauna sul terreno incolto. Nella definizione di Erwin Panofsky di rappresentazione seriale dell’età del ferro o ‘era sub Vulcano’, in rapporto iconologico al riquadro gemello di Hartford, erano coinvolte le prospettive di vario taglio, dislocate tra i musei di New York, Oxford, Berlino, Londra, Worcester e Cambridge Massachusetts, in cui un sinistro monte di Abila o Calpe determina l’orizzonte dalle oltrepassate colonne d’Ercole.
Sullo scenario delle Nozze di Piritoo ed Ippodamia di Londra, una centauromachia, erano contemplati gli episodi di Ercole e Omado, di Ercole e Nesso, di Astilo e Nesso, della giara di Folo, dell’ara dell’idra di Lerna, di Ercole e Ino, che vedevano Ercole protagonista con Ilomone e Cillaro. Nella preistoria dell’Hercules victor i due fregi delle cacce del Metropolitan Museum di New York e dell’eruzione vulcanica dell’Ashmolean Museum di Oxford, dove erano enumerate le sue Fatiche con gli episodi della cattura del cinghiale Erimanzio e della cintura d’Ippolita, ai fianchi dell’eroe, fra aborigeni centauri, satiri e Lapiti, era legato senza distinzione un perizoma. Piero di Cosimo vi sfoggiava una dovizia preziosa in materia di ornitologia italica, che va dal picchio rosso alla beccaccia, includendo nel serraglio delle terre emerse l’orso, il leone, la gru, il cervo tra gli idioletti di sfingi stinfaliche del giardino esperide occidentale, con le fiere in fuga sul passaggio della mandria di Gerione nel pascolo delle stalle di Augia, dove custode dei pomi d’oro, magnetiche pietre precipitate, era un vulcano ovidiano nell’intera sequenza.
Nel riquadro di Ottawa, Vulcano seduto mimetizza con la mano una deformità del piede alla Venere accorsa con Cupido, che sola il casto Piero veste da lar familiaris, a colloquio col dio su un’altura fuori da un capanno febbrile tra una minuzia di dettagli, come il naturalissimo girale d’acanto che lo incornicia nell’angolo in basso a destra. Il riquadro compenetrato dalle due strofe pertinenti nella selva delle Stanze per la giostra, ottave incompiute nel 1478, è illustrato da Poliziano su una delle porte della reggia di Apollo, altrimenti circondata d’acanto (Stanze, I, 119): “Intorno al bel lavor serpeggia acanto…né d’altro si pregiò Vulcan mai tanto, né ‘l vero stesso ha più del ver che questo; e quanto l’arte intra sé non comprende, la mente imaginando chiaro intende.” Nel primo libro (I, 104) Ambrogini chiamerà Etna il vulcano, che è spento nella prospettiva di Ottawa: “Nello estremo, se stesso el divin fabro/ formò felice di si dolce palma,/ ancor dalla fucina irsuto e scabro,/ quasi obliando per lei ogni salma,/ con desire aggiungendo labro a labro,/ come tutta d’amor gl’ardessi l’alma:/ e par vie maggior fuoco acceso in ello,/ che quel ch’avea lasciato in Mongibello.” Che fra gli strumenti dei fabbri delle officine fiorentine fosse appena forgiato il globo che sostiene il sole delle armille dei naviganti, coperto del turbante di Càstore, il copricapo laconio che il pennello di Piero di Cosimo nel quadro di Londra poneva in testa ai centauri esagitati, sembra Vulcano a dirlo, sfuggito nudo e in carne ed ossa al sonno del titano Tifeo sulla terra dei Ciclopi.
Che fossero i Càlibi oltre ad Eolo intenti ai mantici, giunti dalla regione del Mar Caspio, dov’erano a dire di Erodoto armati di un’elmo vichingo, a Vulcania nelle grotte dell’Etna (Calvesi 2013), i primitivi intenti a forgiare il carro di Marte, uno dei quali, forse Polluce, in bilico sul telaio di tronchi senza fondazioni, indossa il turbante scizio, più di quanto non farebbero Ovidio e lo stesso Poliziano, sarebbe Virgilio a precisarlo nel corpo dell’Eneide (VIII, 425), come ad accennare ai Ciclopi Sterope, Bronte e Piràgmone intenti alle incudini ed ai martelli. Portato nei Gemelli il tragitto del sole, il fatto che il giovane Piero di Cosimo dipingesse in fieri una meccanica nella fucina di Vulcano divinamente grandiosa, più che degna di Assurbanipal, è pari nel pannello, all’istrionica estrapolazione omerica dei cavalli di Castore (Iliade, III, 237): del bianco “Terrore” e del bruno “Tema”, del lupo e del tempio scizio, sacro al dio, disquisiranno Vincenzo Cartari e Cesare Ripa. Poliziano avrà avuto un’immaginazione umanistica delle Metamorfosi di Ovidio indissolubile dall’assonanza progenitrice di Vulcano a Tubal (Tubalcain, Mulciber, Efesto) del Genesi vulgato e dell’‘ars mechanica’ nell’impero romano della formella di Andrea Pisano (campanile di S.Maria del Fiore, Opera del duomo di Firenze). Di quale esortazione a Vulcano a far cessare venti si dovrebbe trattare, salpando una nave, non sarebbero determinanti i mantici di Eolo. Dell’extraterritorialità dell’ovidiano “mare Tosco”, trovato da un Nastagio Vespucci il draconico o plutonico itinerario dantesco (Purgatorio, IV, 71-72) all’orizzonte dei Guanci delle Isole Fortunate (Giovanni Boccaccio, De Canaria et insulis reliquis)), è esplicitamente partecipe l’ambigua natura di Cupido, dal quale Poliziano ha fatto dire a Venere: “ch’i pur son tuo, non nato d’adamante [n.d.r.: diamante]”, come anche la graziosa scimmia arrampicata sull’albero della fatica delle cavalle di Diomede nel quadro riportato del Metropolitan. Ancora genovese la vulcanica isola di Lemnos, l’Efestia cui allude il pannello di Hartford, dove Giasone orgiastico atterra nell’aria fiorita di Ipsipile, dei Sinti e dei divini Cabiri di Samotracia, che contendeva Venere a Cipro (Stanze, I, 70). Sudati da Vulcano i “cicilian camini” (Stanze, I, 93), la puntigliosità di Piero di Cosimo della tela di Ottawa ne dipingerà l’officina con la sagoma del colle Albano in lontananza e, dagli antipodi nordafricani, ogni specie animale della zoologia medicea tra le fiere indiane lungo il Mediterraneo, che Poliziano trascurava di elencare: lo struzzo, la gazzella e la giraffa col martin pescatore, la cicogna e il grillastro italici. Il testo a stampa del primo libro di Poliziano, circolò quasi un decennio prima della scoperta dell’America di Cristoforo Colombo del 1492 e delle navigazioni di Amerigo Vespucci, quando Piero enigmaticamente dipinse, omaggio all’idolo di Ercole Musagète, la sorgente di Ippocrène in cui nuota Sirena, alla National Gallery di Washington.
Alla fonte scaturita dal calcio di Pegaso, che nel dire scherzoso di Apuleio balzando per la paura metterà le ali, a trattenere il cavallo scalciante con il capello strappato a Didone, era accorsa Iride, chimerica fama alata dai colori sgargianti. La documentazione del The Illustrated London News del 1933 dello stato della pellicola precedente il restauro del veneto ‘Tramonto’ con il combattimento di S.Giorgio con il drago sullo stagno di Trebisonda, alla National Gallery di Londra dove è stato acquistato nel 1961, ha mostrato una tela lacunosa al punto da lasciare immaginare nella scena votiva di uno ‘Spinario’, un avventuriero scampato al drago nei panni di un gentiluomo inglese di Van Dyck, lo stesso S.Rocco od Enea e Anchise (Daverio 2013). Sarà Tiziano a dipingere il Genesi nel sarcofago dove Cupido attinge l’acqua, l’epinoia in cui sono specularmente contemplati i progenitori Adamo ed Eva, il bacile dell’offerta rovesciato, l’uccisione di Abele, e la pia discendenza di Sem, Cam e Jafet della biblica stirpe di Jabal contendersi il cavallo tra loro: nel divenire delle ‘Quattro stagioni’, l’Amor sacro e profano, la ritrovata stella polare lungo la strada tra le Indie dell’Europa. Agostino Carracci nel soffitto della sala degli Argonauti del Giardino di Parma dipingerà la nave d’Argo nell’incontro di Teti e le Sirene con Pelèo, Teti violata nella grotta marina da Pelèo, anonima Galatea e altrettanto anonima Sirena nella descrizione di Giovan Pietro Bellori, e Teti che esorta Pelèo e la nave d’Argo a ripartire, negli sparsi esiti di Agostino il terzo momento negli affreschi di Parma di un incontro della dèa marina con Pelèo, interpretato nel secolo scorso come il Convito di nozze di Pelèo e Teti (Anderson 1970). Nella Galleria Farnese il ritratto infantile di Margherita Aldobrandini nel volto di Elena del riquadro di Proteo (Agostino Carracci, National Gallery, Londra, disegno), sarà più che mai infittito da citazioni archeologiche eloquenti, rivisitate da Carlo Maratta: la testa di Proteo che la trascina dal Busto di Caracalla della collezione Farnese al Museo nazionale archeologico di Napoli ed il torso, come anche il dorso di Tritone, l’addome e la schiena del Torso del Belvedere. Le Doridi intorno, dalla Venere accovacciata Farnese del Museo nazionale archeologico di Napoli, e le teste di Giunone e Minerva, dal profilo della statua di Hera e dall’Atena della collezione. Dipinta la Buona ventura di Caravaggio appartenuta al cardinale Francesco Maria Del Monte, l’amorevole presagio di fortuna del ritratto di due giovani sarà annotato alla morte del collezionista come un ‘Coridone e Zingara’ nell’inventario di vendita della raccolta.

 

 

 

I Bronzi di Riace ed il Museo di Reggio Calabria

I Bronzi di Riace sono tornati “a casa” nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria dopo quattro anni di “esilio”, come si suol dire. In realtà, stavano belli comodi nella sede del Consiglio regionale della Calabria, in una sala climatizzata tutta per loro, e distesi sui lettini di restauro che per loro sono forse meglio delle basi antisismiche attuali, dove devono stare in piedi. Però finalmente tutti li potranno ammirare a dovere, dopo quattro anni: girarvi attorno, analizzare ogni particolare. Tutti chi? Chi andrà al Museo di Reggio Calabria, o a Milano per l’Expo 2015?

L'archeologia sta cambiando. E rapidamente

C'è molta Archeologia in questo numero di Archeomatica e non è davvero per caso. La disciplina è oggi come poche altre in radicale trasformazione nel superamento di ogni dicotomia tra scienze umane e scienze esatte. La cifra di quello che è oggi in movimento, e che cerchiamo di seguire, la fornisce l'articolo di Marco Ramazzotti su Archeosema, un straordinario progetto metadisciplinare del Dipartimento di Scienze dell'antichità dell’Università La Sapienza di Roma, con cui apriamo questo numero.

Il salto epistemologico è evidente, altro che discorsi sulle 'scienze sussidiarie', ovvero, sherpa dell'Archeologia. L'Archeologia interpreta oggi sempre di più gli oggetti della propria scienza, le testimonianze materiali del passato, come componenti di sistemi naturali eculturali complessi, una pluralità di segni fisici, storici, geografi ci e linguistici, di informazioni che interagiscono
tra loro in sistemi di relazioni. “Sistemi che hanno - scrive Massimo Buscema - un'informazione effettiva che non è quella ‘dichiarata’ dal suo funzionamento, bensì quella invisibile che consente al suo funzionamento di esplicitarsi”, e che deve essere svelata.
La ricerca archeologica contemporanea tenta di farlo oggi sempre di più attraverso un approccio interdisciplinare che la integra ad altre scienze come la fisica, la geografia, la geologia, la chimica, la linguistica, la statistica, la matematica, introduce nelle proprie ricerche l'Intelligenza Artificiale, applica i Sistemi Artificiali Adattivi, tende a riprodurre sempre di più virtualmente i sistemi organici, naturali e culturali.
Si amplia dunque il modo con cui si acquisiscono le conoscenze, in definitiva gli elementi costitutivi della nostra narrazione storica. Accanto allo scavo ed alla prospezione di superficie, oggi sempre più integrata tra GIS e geofisica, crescente rilevanza assumono il rilievo, la documentazione, la diagnosi. Ne diamo una breve rassegna con tre articoli su esperienze innovative nel campo del rilievo archeologico.
Si amplia lo spettro di conoscenze e di competenze richiesto all'archeologo. E nascono nuove domande cui rispondere, orizzonti nuovi della ricerca archeologica ma soprattutto storica: identificare “nuove regole dell'organizzazione spaziale, economica, politica”, approfondire “fenomeni fisici, estetici, cognitivi e linguistici dell'auto-organizzazione, dell'entropia”.
Grazie a tutto ciò, gli oggetti di ricerca più complessi, i metodi utilizzati sempre più sofisticati e in grado di penetrare sempre di più la profondità storica, l'Archeologia sta muovendo dall'angolo antiquario e periferico in cui, in fondo, è stata confi nata negli ultimi due secoli verso il centro del dibattito scientifico contemporaneo. Ed ha così, indubbiamente, tante altre cose da dire alla società, interloquendo con altri saperi,con altri percorsi scientifici.
Coglie alcuni aspetti cruciali l'urbanista Alberto Magnaghi su Il Manifesto del 4 febbraio 2012 “le discipline archeologiche vanno attribuendo centralità ad un approccio territoriale globale, passando dalla priorità del sito a quella del contesto territoriale e paesaggistico, con interpretazioni multidisciplinari e multifattoriali; nel quadro di una tendenza più generale a considerare i sistemi di beni culturali come parte integrante e interconnessa del patrimonio territoriale; ciò comporta, ad esempio, i passaggi concettuali dal museo all'ecomuseo, dal centro storico al territorio storico, dalle eccellenze paesaggistiche ai paesaggi rurali e urbani nella loro integrità territoriale, ambientale e di uso sociale (mondi di vita delle popolazioni,
secondo la Convenzione europea del paesaggio)”.

 

Editoriale pubblicato su Archeomatica N. 2 2012 

 

Palazzo Madama

 

Stagioni

Se fossimo in vena di una strenna dei romanisti sentiremmo echeggiare negli orecchi, come verseggiato da Trilussa, il mormorio popolare ancora fragrante al passaggio su Corso Rinascimento della carrozza di Maria dei Medici, con a bordo il futuro Granduca di Toscana Ferdinando, appena uscita dal suo Palazzo romano, Medici anche quando, nella seconda metà del Cinquecento, vi aveva risieduto Baldovino Del Monte nella forma che ora si direbbe di comodato d’uso: “Ecco la Madama!”  Sussurro o grido, il detto romanesco ancora vivo nel movimento sessantottino ed oltre, con fare non certo elitario, era il segnale strategico sul campo di non abbassare la guardia in presenza di polizia: ‘…madama! ' .

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