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Mercoledì, 02 Ottobre 2013 09:20

Gli archeomatici e le guerre

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guerra siriaIn questi mesi sono stati spesso alcuni reportage dai più cruenti teatri bellici a raccontarci che la tragedia della guerra non è solo uccisione di uomini, disgregazione di famiglie e comunità, distruzione di territori, abitazioni, infrastrutture e sistemi produttivi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale i conflitti degli ultimi decenni, dai Balcani al Caucaso, dal Libano a Cipro, dalla Palestina all’Iraq e all’Afghanistan, dalla Libia alla Siria, dalla Nigeria al Sudan, hanno continuato a investire con il loro orrore anche il patrimonio culturale. Con una novità: i monumenti del nemico sembrano essere diventati obiettivo strategico e non collaterale di atti distruttivi, a volte altamente simbolici, come l’abbattimento del ponte di Mostar, simbolo di una cultura multietnica secolare, o la distruzione dei Buddha di Bamiyan. La negazione dell’altro trova il suo compimento nella distruzione della sua memoria, della sua arte, della sua storia. Polemos vuole luoghi scardinati dal loro secolare orientamento simbolico e valoriale, destrutturati e rinominati in modo da annichilire ogni possibilità di riconoscere il legame vitale tra la cultura nemica e l'ambiente che questa ha connotato e in cui ha espresso storicamente e simbolicamente con monumenti e assetti la propria identità. E’ una storia antica, già i romani mutarono il nome di Dikearchia (luogo ove regna la giustizia) in Puteoli (la città della puzza). E questo perché ciò che forma e soprattutto tiene veramente insieme una comunità, la fa durare nel tempo, al di là di ogni regolazione dei rapporti assicurata dal diritto, è un sentire più profondo, condiviso, un sentimento di appartenenza ad una vicenda capace di legare saldamente nel tempo le generazioni che si realizza ed esprime nel paesaggio culturale, nel territorio qualificato dalla storia e dalla cultura.

E’ questo l’obiettivo vero della follia distruttiva della guerra. Un patrimonio forte ma insieme fragile.

Non a caso la Convenzione adottata all’Aja il 14 maggio 1954 sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato marchia come crimine far oggetto di attacco, distruzione, saccheggio, furto o vandalismo i beni culturali dato che: “ i gravi danni arrecati ai beni culturali, a qualsiasi popolo essi appartengano, costituiscono danno al patrimonio culturale dell'umanità intera, poiché ogni popolo contribuisce alla cultura mondiale”.

Quanto esecrato nella Convenzione è proprio quello che invece accade ai giorni nostri ordinariamente. Vi assistiamo in Siria: siti archeologici abbandonati e preda degli scavi clandestini, trasformati in accasermamenti e campi di battaglia. A Tell Mardikh, dove Matthiae e il suo team hanno scoperto Ebla portando alla luce migliaia di tavolette cuneiformi, ma anche ad Apamea, Palmira, Dura Europos, Aleppo con l’antico Souk, Homs con il centro storico.

In questo scenario anche gli archeomatici sono in prima linea: sul fronte a difendere i monumenti dalla distruzione, con tante esperienze di documentazione, monitoraggio, rilievo, molte volte innovative. La guerra, si è detto (Hobsbawm), costituisce un grande volano di accelerazione del progresso tecnico ma questo è anche in parte vero anche per chi ogni giorno deve escogitare soluzioni per difendersi dalla guerra.

E gli archeomatici soprattutto saranno ancora al loro posto quando verrà il momento di passare ai restauri e alle ricostruzioni. Al riguardo una studiosa, Elena Franchi, giustamente auspica che le ricostruzioni siano “condotte scientificamente e non asservite alla logica dei vincitori e delle imprese associate. Perché la ricostruzione di un Paese è solo apparentemente neutrale. Con l’imposizione di imprese, tecniche costruttive e materiali estranei alla cultura locale, può causare danni gravi quanto quelli di un bombardamento”. 

 

Editoriale pubblicato su Archeomatica n. 2 2013

 

Foto: Minareto dell'antica Aleppo in Siria (GettyImages, Lettera43)

 

 

 

Letto 5672 volte Ultima modifica il Giovedì, 12 Febbraio 2015 17:33

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