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Ricostruire Palmira, anche il recupero culturale resta una priorità in Siria

Cancellare il passato per minare il futuro. Il ritorno alla normalità in Siria passa anche dal recupero dei beni archeologici.
Anche questo rientra nel bilancio di dieci anni di guerra in Siria. Nella sua marcia distruttrice, l'Isis non ha risparmiato né la vita né la cultura e ha trasformato il sito archeologico di Palmira in un teatro di esecuzione pubblica.

Il direttore del museo di Palmira, Khalil al-Hariri, è nato e cresciuto qui, tra le colonne romane giocava da ragazzino, il teatro romano era la scenografia dei suoi rocamboleschi giochi da monello, parlando dei terroristi ricorda: "Hanno frantumato i volti e decapitato le statue piccole e quelle più grandi che non eravamo riusciti a rimuovere. Durante la mia infanzia, giocavo nella città antica e correvo tra le colonne e nel suo teatro. Ma ora vedendo cosa è successo non riesco a non piangere. Quando sono entrato per la prima volta nel museo, dopo che era stato liberato dall'esercito siriano, sono praticamente svenuto ".
La furia iconoclasta dei fondamentalisti jihadisti ha cercato di cancellare la storia millenaria anche di questa terra, sotto il controllo dell’Isis il patrimonio archeologico è stato distrutto con i bulldozer perché considerato un’eredità infedele.
Palmira, che sin dall’antichità era famosa per i suoi templi religiosi ed altre strutture grandiose, è rimasta sotto il controllo dello Stato islamico da maggio del 2015 fino a marzo 2016, quando è stata riconquistata dall’esercito di Bashar al Assad.
In quel periodo lo Stato islamico ha diffuso diversi video che mostrano i suoi miliziani distruggere alcuni dei monumenti più importanti della città vecchia. A metà luglio del 2015 fu rapito dai militanti dell’Isis, e torturato, l’archeologo Khāled al-As’ad, direttore per 40 anni del sito archeologico di Palmira.
Il 18 agosto 2015 al-As’ad venne ucciso sulla piazza di fronte al Museo della città nuova di Palmira (oggi Tadmur). In seguito il suo corpo decapitato fu esposto al pubblico appeso ad una colonna.
Subito dopo la riconquista del sito, l’Unesco con le Nazioni unite ha intrapreso una missione internazionale richiamando l’interesse e la responsabilità dei ricercatori affinché si possano recuperare siti distrutti o compromessi in contesti di guerra.
All’appello hanno risposto anche alcuni istituti del Cnr che hanno maturato una forte specializzazione nel settore.
Anche Aleppo ha avuto la sua dose di distruzione, la parte vecchia della città è stata quasi rasa al suolo, per l'ex sopraintendente ai Beni archeologici, Maamoun Abdel Karim: "Dal periodo dei romani a oggi, per circa due millenni. niente di peggio è accaduto rispetto a questi anni di guerra".
La distruzione dei resti archeologici è una ferita aperta. Il ritorno alla normalità si annuncia anche per questo più che mai difficile.

I conquistatori della storia non sono eroi e la grandezza della loro memoria e’ fatta del terrore che suscitarono, pari alle calamita’ naturali: a volte sono malcelati immemorabilmente, più’ spesso indissolubili dalla leggenda: Gengis Khan, Attila, Tamerlano, Vlad III di Valacchia Dracula stigmatizzano al solo parlarne la crudeltà’ ed il brivido satanico della guerra, del saccheggio e della distruzione da predatori. All’elenco delle loro gesta, alcune nei territori mediorientali, e’ paragonabile l’efferatezza dei jihadisti dell’Isis nel delitto contro l’umanità’ dell’abbattimento monumentale perpetrato nelle città’ tra le piu’ memorabili della Siria: Aleppo e l’antica Palmira, liberata nel marzo 2016 dopo dieci mesi di occupazione. Palmira non era ed e’ soltanto il suo Arco di trionfo: la sua grandezza, infatti, spaziava dal Tempio di Baal (o Bel) a quello di Baalshamin, fatti esplodere nell’estate del 2015, e spazia alle Terme di Diocleziano e al Tetrapilo (distrutto) con il suo Grande Colonnato, al Tempio di Nebo, divinità’ babilonese, e alla poderosa "skene'" del suo teatro, ora eliminata, tra gli edifici più rilevanti. La distruzione del Museo archeologico di Palmira e della sua statuaria e’ stata in quel lasso di tempo pressocche’ totale e la possibilità’ di reintegrarne i molti reperti, presi a martellate, quasi polverizzata: più di 400 pezzi palmireni sono stati poi suddivisi tra i musei archeologici di Aleppo e Damasco. Ma non tutti sanno che la grandezza artistica della Siria conta innumerevoli altri siti archeologici oggetto di studio e protezione, i cui mosaici, alcuni realizzati a pavimentazione di edifici estesi per chilometri nel deserto, testimonianza della storia antica dell’umanità’ intera e non solo del cosiddetto Vicino Oriente, sono stati strappati con la tecnica del distacco su riporto di tela mediante collante solubile nella prima metà’ del secolo scorso, nel tentativo di preservarli da bombardamenti e raid aerei, ne’ che missioni archeologiche belghe, americane, francesi e della Cooperazione italiana, dal 1937 fino agli anni 2000, hanno collaborato in Siria per la musealizzazione di questi reperti non esportati, non solo per le loro straordinarie dimensioni e raffinatezza espressiva quasi unici al mondo, ne’ che un importante nucleo di sculture provenienti dal territorio siriano e’ conservato, oltre che dai Musei archeologici di Damasco e di Aleppo, o di Bruxelles, dall’Hermitage a San Pietroburgo. Palmira, a lungo indipendente dalla provincia romana anche durante il governo della regina Zenobia, non esiste quasi piu’, ma inoltre Apamea e Dura Europos sono stati centri ellenistici della civiltà’ Seleucide, la cui grandezza con la riscoperta italiana di Ebla, percorsa e invasa pure da Elamiti (Iran) e Amorrei di lingua semitica e aramaica (le stele in aramaico di Palmira sono conservate all’Hermitage), ha potuto essere approfondita molto oltre le periodizzazioni assira, romana e bizantina. Centri che sono riemersi dalle scorribande della dinastia Sasanide, dall’egemonia araba a partire dal 643 d.C., inizio del loro regressivo abbandono, da quelle di Saladino e dall’invasione dell’impero timuride dei mongoli di Tamerlano (oggi considerato anche di stirpe kazaka). Tra i quali Palmira che, con le sue rovine riscoperte da Robert Wood nel 1750 e incise da Giambattista Borra di Dogliani nel 1753 e, nella seconda metà’ dell’Ottocento, fotograficamente immortalate dal principe Abamelek-Lazarev in tutta la loro rilevanza, neanche a Pergamo secondaria, dai suoi millenni di arte e storia non potra’ risvegliarsi com’era in un’altra pace. Chi volesse visitarla on-line com’è adesso e come abbiamo imparato a conoscerla, potrà’ accedere al sito www.ASOR.org ed anche un breve servizio di Euronews ne ha di recente ricordato lo status di sito Unesco patrimonio mondiale dell’umanita’ con un flagrante e accorato documentario di appello.

Fonte: euronews

 

 

 

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