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Lunedì, 04 Luglio 2016 12:11

Codex Purpureus Rossanensis: indagini scientifiche per studiare i materiali pittorici

Si è concluso il restauro del Codex Purpureus Rossanensis, tornato nel nuovo Museo del Codex a Rossano, in un’area interamente riservata alla migliore visione e conoscenza del prezioso codice bizantino e strutturata in modo da offrire ai visitatori ogni strumento di consultazione dell’antico manoscritto e delle sue straordinarie miniature.

Gli spazi dedicati al Rossanensis sono inseriti all’interno del Museo Diocesano e del Codex, anch’esso interamente rinnovato al fine di proporre una visione privilegiata degli ulteriori antichi tesori di arte sacra che lo spazio museale conserva.
L’inaugurazione si è tenuta durante una conferenza stampa venerdì 1 Luglio 2016 alla presenza di S.E. Rev.ma Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Rossano-Cariati.
Il Codex Purpureus Rossanensis, riconosciuto nel 2015 dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità, è stato affidato nel 2012 all’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e librario del Ministero dei Beni Culturali, affinché venissero eseguite approfondite analisi biologiche, chimiche, fisiche, tecnologiche e tutte le necessarie cure per il suo restauro e la sua conservazione.
Il restauro del codice e le operazioni di conservazione del Rossanensis sono state precedute da una serie di indagini ed analisi volte ad indicare l’effettivo stato di conservazione del manoscritto. Il lavoro degli studiosi ha fornito, altresì, significative risposte sulla storia e sull’esecuzione del volume, oltre a dettare importanti indicazioni generali sulla fattura e lettura dei codici di analoga provenienza e periodo storico. Nei tre anni di studio e indagini sul Codex si è giunti ad una “rilettura” importante del codice stesso.
Il Codice è uno straordinario manoscritto la cui colorazione porpora delle carte membranacee (pergamene) conferisce al volume valore di estrema sacralità. Si tratta di un oggetto prezioso, manifestazione di potere, opulenza e prestigio del possessore e della committenza e non poteva che appartenere ad una classe socio-economica assai elevata.
Il Codex Rossanensis, opera bizantina del VI secolo dopo Cristo in pergamena color porpora manoscritta e miniata, è estremamente importante sia dal punto di vista religioso sia dal punto di vista della manifattura tali da rendere il substrato scrittorio simile a pochissimi altri esemplari finora esistenti, fra i quali la Genesi di Vienna (Öst. Nat. Bibl., Vind. Theol. Gr 31) e i Vangeli di Sinope (Parigi, BN, Suppl. gr. 1286).
Il Codex Rossanensis consiste di 188 fogli di pergamena di dimensioni 31 cm x 26 cm numerati recto verso e scritte in caratteri in oro e argento. Molte delle pagine sono impreziosite da miniature che illustrano alcune fasi della vita di Gesù.
Il prezioso manoscritto fu portato alla conoscenza scientifica alla fine dell’800 dagli studiosi di Leipzig, O. von Gebhardt e A. Harnak. Esiste una documentazione fotografica dei primi del Novecento, conservata presso l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, ICCD, dello storico Arthur Haseloff che documenta su lastra fotografica di vetro le pagine e in particolare le miniature, evidenziandone lo stato di conservazione; nel 1907 lo storico dell’arte Antonio Muñoz ne cura una serie di cromolitografie e negli anni Venti del secolo scorso è stato restaurato da Nestore Leoni, che ha consolidato e stirato le pergamene utilizzando gelatina a caldo. L’opera è conservata, dal 1952, presso il Museo Diocesano di Arte Sacra di Rossano Calabro (CS).
Il Codex Purpureus Rossanensis, contiene 13 miniature sulla vita di Cristo, una miniatura dei quattro Evangelisti, parte della Lettera di Eusebio a Carpiano racchiusa in una decorazione aurea, la miniatura di Marco evangelista con la Sofia ed è scritto a caratteri onciali in oro e argento e, occasionalmente, con inchiostri neri.
Per la sua consistenza, pur se mancante di molte pagine, il Rossanensis è il più prezioso fra i codici onciali (scritti in caratteri greci maiuscoli) dell’antichità. Ma soprattutto è l’unico codice rilegato, i codici analoghi sono ormai solo fogli sciolti. Esso contiene l’intero Vangelo di Matteo, parte del Vangelo di Marco, mentre sono interamente perduti i Vangeli di Luca e Giovanni.

 

IL RESTAURO E LE INDAGINI SCIENTIFICHE
Il restauro è stato effettuato in modo estremamente rispettoso del volume, per non alterarne ulteriormente le fragilità dovute all’invecchiamento naturale e a varie vicissitudini. Nonostante in passato vi sia stata una manomissione dei fogli del codice con l’apporto di una numerazione del tutto arbitraria, i restauratori hanno scelto di rilegare nuovamente il codice seguendo l’ordine di numerazione non originale per non alterare il delicato equilibrio delle pergamene.
Le pergamene, contrariamente a quanto si credeva non sono state trattate con il murice, un mollusco gasteropode (conchiglia) da cui si ricavava la porpora reale (diffusa dai fenici), ma utilizzando l’oricello, un colorante di origine vegetale. Colorante, evidentemente a disposizione dell’antico laboratorio che trattò le pergamene. Tale importante esito si è ottenuto confrontando i risultati ottenuti su campioni appositamente preparati nel laboratorio di chimica con quelli forniti dagli originali, analizzati in spettroscopia di riflettanza con fibre ottiche (FORS).
Le analisi di laboratorio, eseguite in micro-Raman, micro-Infrarosso in Trasformata di Fourier (FTIR) e in Fluorescenza da Raggi X (XRF), su alcuni pigmenti originali e altri appositamente preparati in laboratorio, hanno permesso di approfondire le conoscenze sui materiali pittorici impiegati nell’alto medioevo e forniscono la prima evidenza sperimentale dell’uso della lacca di sambuco in un manoscritto così antico.
La miniatura di Marco Evangelista con Sofia, che è stata l’unica risparmiata dall’intervento di restauro effettuato fra il 1917 e il 1919 da Nestore Leoni, ha dato la possibilità a studiosi di differenti discipline di analizzare la tecnica di esecuzione e le componenti dei materiali originali della miniatura. Un risultato di grande rilievo che non è inferiore al fatto che, la stessa miniatura, di sublime preziosità, appare oggi così come quando fu realizzata. Questo preziosissimo foglio consente di ammirare la bellezza più pura del codice a distanza di 16 secoli.
Fra il 1917 e il 1919 il Codice venne restaurato da Nestore Leoni, al tempo famoso miniaturista, i cui interventi, sfortunatamente, hanno modificato in maniera irreversibile l’aspetto delle pagine miniate. Nel giugno del 2012 il Codice è giunto presso l’ICRCPAL, per una completa analisi e per il restauro.
Molte erano le domande poste al Laboratorio di Chimica: la natura dei prodotti applicati da Nestore Leoni durante il restauro, la composizione della tavolozza pittorica utilizzata dal miniaturista (o dai miniaturisti) e la composizione dei differenti inchiostri presenti nel manoscritto. Al Laboratorio di chimica è stato chiesto, inoltre, di fornire prove ed informazioni scientifiche di considerevole importanza storica: alcuni studiosi ipotizzavano che la miniatura raffigurante l’Evangelista Marco con Sofia non appartenesse al codice, ma fosse di epoca più tarda, e databile intorno al XII secolo. Questa domanda necessitava di una risposta scientifica più che attendibile, al fine di rigettare l’ipotesi della non appartenenza della miniatura al Rossanensis. I risultati confermano che la miniatura è parte del Codice, e non solo, essa rappresenta un esempio meraviglioso e unico del suo tempo.
Il lungo lavoro eseguito sul Codex Rossanensis ha permesso una significativa ed esauriente lettura: l’intera tavolozza e il composto utilizzato per la colorazione purpurea delle pergamene sono stati definiti.
Tutti i risultati delle indagini hanno dimostrato che nell’intero codice è stata usata la stessa tavolozza pittorica. Inoltre, l’assenza nel manoscritto di ogni tipo di preparazione delle miniature conferma l’origine Bizantina del codice.
Una tavolozza pittorica, composta da molti colori (bianco, nero, rosso, arancio, giallo, verde, blu, indaco, viola, rosa, malva, oro), è stata usata nel prezioso manoscritto, dal bianco al nero, passando per ogni possibile tonalità. Inoltre, l’oro puro e l’argento sono statitati utilizzati per la scrittura dei Vangeli, così come è stato utilizzato inchiostro nero per i titoli. Alcune parti sbiadite dei testi in argento, in epoca sconosciuta, sono state sovrascritte con inchiostro nero.
Fortunatamente, per i tecnici incaricati a svolgere le analisi, il miniaturista (o miniaturisti) non ha macinato finemente i pigmenti utilizzati per le miniature. Così è stato possibile analizzare spettroscopicamente ogni singolo pigmento, anche quando applicati in miscela, favorendo così l’identificazione delle materie coloranti. Per i coloranti di natura organica, lacche e porpora, è stata utilizzata la tecnica dell’infrarosso a supporto del Raman.

 

Fonte: Ufficio Stampa

 

Ultima modifica il Lunedì, 04 Luglio 2016 12:22

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