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La cesellatura nell’arte pre-colombiana del Perù del Nord

Leggendo gli Analytical studies on metallurgy in pre-columbian North of Peru, edito nel mese di giugno del 2020, presto scopriremo l’anti-romanzo dell’archeologia che Kurt Whilelm Marek (pseud. C. W. Ceram) non avrebbe potuto scrivere. Non solo perché l’antologia degli studi di Marek, popolarissimi nell’orizzonte occidentale, e che conosciamo nella traduzione italiana per i tipi di Einaudi del 1963 col titolo di Civiltà sepolte, neanche si soffermava sulla civiltà degli Incas, né tanto meno sulle culture Cupisnique, Chavin, Kuntur Wash, Vicus, Frias, Moche o mochica, Sicàn allora perfettamente sconosciute, ma perché il metodo seguito dall’équipe di autori di questi pionieristici studi ‘analitici’ e cioé Roberto Cesareo, Angel Bustamante, Giovanni Ettore Gigante, Régulo Franco Jordan, Arabel Fernandez, Soraia Azeredo, Marcelino J. Dos Anjos, Ricardo T. Lopes, Walter Alva, Luis Chero, Gabriel M. Ingo, Cristina Riccucci, Julio Fabiàn, Sandra Del Pilar Zambrano, Marcia Rizzutto, Antonio Brunetti applica, con un taglio epocale e territorialmente circostanziato a quello che potremmo dire l’alto medioevo della civiltà precolombiana (100 a. C.- 600 d.C.) nel Perù del Nord, la più sofisticata indagine tecnologica di rilievo conservativo.

Giungendo a dettagliare i risultati di una ricerca condotta su centinaia di reperti ormai musealizzati in territorio peruviano, scavati e portati alla luce solo nell’ultimo mezzo secolo, ma senza essere per questo rigore uno studio meno avvincente e appassionato, e, vorremmo dire non senza esitazioni, un termine di paragone emerso dalle coste peruviane sul Pacifico tra i più belli dell’arte di cesello, arte peculiare alle maggiori civiltà non del nuovo mondo. Risultati ottenuti da materiali preziosi come rame, oro e argento, o la lega detta tumbaga dagli spagnoli, ma soprattutto attraverso la loro consistenza, anche quantitativamente una presenza considerevole non meno testimoniale di avventura e densa di mistero, per essere stata in prevalenza di ornamento cerimoniale delle salme nella sepoltura, piuttosto che appannaggio di corredo tombale alla stregua del vasellame. Anche documento, perciò, di un culto eroico della memoria originatosi nel periodo Arcaico Antico e retaggio epico delle armature a sbalzo di una classe di guerrieri e di sciamani. Tanto più determinante se si considera che gli oggetti pervenuti alle raccolte europee dall’America precolombiana, a cominciare dai primi doni dal Messico di Montezuma a Hernàn Cortez ammirati da Albrecht Dürer a Bruxelles, erano consistiti in statuette antropomorfiche di pietra. O ancora che l’asta Sotheby’s della collezione Joseph Mueller, tenutasi nel 2013 a Parigi, capitale mondiale del mercato di arte precolombiana, spesso ancora limitato all’arte dei Maya, dei Toltechi e degli Aztechi, ha venduto principalmente sculture di terracotta policroma, potendo dirsi del tutto sporadica sulla scena europea, anche nell’ultimo secolo, perfino la stessa comparsa di pezzi di oreficeria, provenienti dai centri di produzione nel contesto americano del primo millennio, nonché su quella italiana più rappresentativa, come la Fondazione Ligabue o il MIC, Museo internazionale della ceramica, di Faenza.

Un catalogo quasi unico questo libro, in considerazione del fatto che l’odierna definizione enciclopedica di complesso mesoamericano, con riferimento all’America Centrale, ha teso ad escludervi sotto il profilo antropologico proprio tutte le aree di diffusione della metallurgia, fornendo ora per la prima volta sul piano editoriale una copiosa bibliografia pertinente alla storia della cesellatura nel continente americano. Una pietra miliare per la conoscenza degli ambiti culturali della zona costiera nordperuviana, che, al pari della maggior parte delle città Maya, sono apparsi privi di iscrizioni, e, sebbene un bacino ormai emancipato dal periodo nomadico, antesignani del cammino degli Incas, ripercorso alla metà degli anni Cinquanta da Victor Wolfgang von Hagen, conoscitore profondo del Perù, cammino che, come è noto, era stato di espansione nel Sud peruviano e in Bolivia. Come se non bastasse, un ricco reportage dei documenti risultati, spesso tavole, formule e diagrammi per l’analisi di rischio di chimici e biologi che lavorano in prima linea nella conservazione e valorizzazione museale oltre che nel restauro, scaturiti da più di 2000 misurazioni effettuate, ma anche illustrazione degli scavi nei numerosi siti con accurate ricostruzioni delle tombe, anche a sviluppo piramidale in esterno e a piramide rovesciata all’interno: la tomba detta del ‘Lord of Sipàn’, le Dos Cabezas, La Mina, la tomba detta della ‘Lady of Cao’. Rilievi puntualmente restituiti che, nonostante le spoliazioni perpetrate dall’età della Conquista spagnola con conseguenze catastrofiche - soprattutto se si pensa che, ignorando la situazione dell’artefatto, perfino le classificazioni di genere maschile e femminile potrebbero diventare irrecuperabili - consentono di apprezzarne la stratigrafia e, talvolta, la decorazione che le completava esteriormente in un utile compendio.

Immagine2.jpg Fig.1 - Lady of Cao (IV sec.), imaging 3D (elaborazione 2017)

Eccezionalmente, tra le tecnologie di misurazione sperimentate, la microtomografia, ad esempio di una maschera d’argento a sbalzo (Museum Lady of Cao, Magdalena de Cao, Trujillo, Perù) ha permesso in un secondo momento il ritrovamento e l’identificazione di appartenenza dei pendagli attaccati ai buchi dei suoi orecchi: approfondimenti di catalogazione che sarebbero importanti anche per i depositi dei musei italiani. Tra i laboratori d’analisi coinvolti c’è quello del Consiglio Nazionale delle Ricerche a Montelibretti e tra i metodi non invasivi impiegati l’EDXRF o Energy-dispersive X-ray fluorescence, o spettrofotometria XRF, tecniche radiografiche, microscopio ottico e microscopio elettronico (FE-SEM), il cui studio è fondamentale per le nuove generazioni di conservatori museali, ma anche confrontati ai più divulgativi, come i recenti sviluppi di imaging 3D delle mummie scoperte (fig1) negli anni Duemila: i volti umani al tempo stesso invasati e placati dallo zoomorfismo di Quetzalcoatl, il demiurgo scopritore del segreto della montagna ed inventore dell’arte mineraria.

 

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