Si è svolto a Roma il 21 ottobre 2026 presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana il Convegno di Italia Nostra, Associazione Nazionale per la tutela del Patrimonio Storico, Artistico e Naturale della Nazione, dal titolo “La Tutela condivisa e partecipata. La Lista Rossa di Italia Nostra.”
La Conferenza ai numerosi partecipanti presenti e in collegamento è avvenuta nella Sala Igea, dove si trova la statua della divinità greco-romana, protettrice della salute, scolpita nell’atto di dissetare un serpente, che era appartenuta alla collezione di antichità dei committenti Mattei di Paganica del palazzo, una delle più importanti della città. Il nobile edificio, in cui ha avuto luogo il Convegno, eretto per volere di Ludovico II Mattei di Paganica, fu acquistato nella prima metà del Novecento dal fondatore dell’Enciclopedia Giovanni Treccani. Il soffitto di questa Sala si presenta parzialmente affrescato dalle grottesche di Domenico Zaga e Francesco Salviati (fig. 1) (Dacos 1996).
Fig.1 - Domenico Zaga e Francesco Salviati, Decorazione a grottesche del soffitto della Sala Igea, particolare (Palazzo dell’Enciclopedia Italiana, Roma)
L’evento - riporta il testo del Comunicato Stampa - trasmesso anche in diretta streaming sul canale YouTube e sulla pagina Facebook di Italia Nostra, è stato dedicato all’esperienza della “Lista Rossa per i beni culturali in pericolo" e "ha messo in evidenza il prezioso lavoro svolto dalle Sezioni dell’Associazione che, da 15 anni (2011-2026), contribuiscono all’individuazione, alla segnalazione e alla validazione dei beni culturali e paesaggistici minacciati. Il convegno ha rappresentato inoltre un’importante occasione di confronto tra rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, delle associazioni e dell’informazione sui temi della tutela del patrimonio culturale e paesaggistico, della partecipazione civica e della prevenzione dei rischi che incombono sui beni culturali”.
Ha introdotto il Convegno il Presidente Nazionale di Italia Nostra Edoardo Croci e sono intervenuti i relatori Maria Rosa Iacono, Gerardo Villanacci, Federico Gaffuri, il Generale dell’Arma dei Carabinieri Antonio Petti e Adele Maresca Compagna. La figura 2 riproduce la locandina a stampa del Programma del Congresso, cui ha fatto seguito la Tavola Rotonda dal titolo “La conoscenza come Manutenzione Preventiva”, alla quale hanno partecipato, con moderatore Fabrizio Zappi, Direttore Rai Cultura: Renzo Carlucci, Adriana Chirco, Marica Mercalli, e Antonella Nuzzaci. In questa sede e nell'ambito dei termini della "fiducia nel dato archiviato" Renzo Carlucci, Direttore editoriale di Archeomatica, ha avanzato la possibilità di certificare luogo, data e ora delle immagini georeferenziate, acquisite e scaricate anche da smartphone, utilizzando la costellazione di satelliti Galileo, che può garantire l’impossibilità di alterarne il posizionamento.
Lo strumento della Lista Rossa si situa tra i molteplici cataloghi dei beni culturali destinati alla tutela delle opere d’arte in Italia, che certamente inquadrano il nostro paese nel contesto internazionale come un modello per l'adozione di procedure di protezione, tuttavia insufficienti in rapporto alla quantità di oggetti. A questo proposito sono state variamente ricordate dai relatori le principali Banche Dati dei beni culturali che possono dialogare tra loro e che dovrebbero dialogare costantemente con la Lista Rossa al di fuori dell’urgenza di un intervento di salvaguardia o anche di una valutazione del rischio bellico rimanente e del comune rischio di alienazione delle opere d'arte. Riepilogando le Banche Dati che sono state elencate nel Convegno, se il Fondo del Servizio Tecnico di Ricognizione Patrimoniale fa capo ad un ente territoriale come il Comune di Roma, ma non è il solo, né su Roma, né nel Lazio, il Catalogo Generale dei beni culturali su base nazionale è la Banca Dati dell’ICCD, l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del MIC, il Ministero della Cultura, che contiene anche gli Edifici Monumentali, come ormai sarebbe auspicabile che tutti sapessero, o quasi tutti. Inoltre, alla Banca Dati dei Vincoli in rete e alla Carta del Rischio dell’ICR, Istituto Centrale del Restauro, entrambi pure del MIC, che ne ha curato nel secolo scorso la redazione e l’estensione e attualmente ne cura la manutenzione, si aggiungono il sito dei Monumenti Nazionali, ai quali è riconosciuto un valore storico-politico di luoghi della memoria e di rappresentanza identitaria della cultura italiana, e, non da meno, l’Inventario delle chiese, sinagoghe e moschee del Fondo degli Edifici di culto del Ministero dell’Interno. Ad essi si aggiungono ancora la Banca dati del Nucleo dell’Arma dei Carabinieri di Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), con la schedatura dei beni italiani illecitamente sottratti e alienati, insieme alla Lista dei beni del Patrimonio mondiale dell’Unesco, ognuno dei quali travalica i limiti dei confini nazionali nei termini della salvaguardia e della protezione anche preventiva degli stessi. Questi repertori di documentazione capillare della storia dell’arte, più che opinabili per il grado di rilevanza del valore intrinseco degli oggetti che archiviano (senza dimenticare che, tappa turistica obbligata, i beni culturali contribuiscono ogni anno ad una discreta percentuale di PIL, e, in forza dell’Art Bonus e delle donazioni, lo farebbero anche se per i musei fosse prevista la gratuità per i residenti), sono enciclopedici per la completezza del materiale iconografico di cui dispongono ai fini della loro identificazione, anche se, spesso, in prevalenza del secolo scorso. Un materiale che arriva ad essere, talvolta, perfino un limite ad una rapida consultazione ad uso della Protezione Civile in caso di catastrofe, ma che certifica il precipuo interesse culturale dello Stato, che potrebbe essere definito dominante, anche se la proprietà del bene sia residualmente o interamente privata.
Maria Rosaria Iacono ha presentato in questa sede il Sito Web della Lista rossa di Italia Nostra dei beni in pericolo, un cui elenco sommario era stato pubblicato in calce al volume edito da Gangemi, in occasione dei “70 anni di Italia Nostra 1955-2025. 100 Azioni di successo.” L’innovazione del sito, sotto il profilo tecnologico, consiste, in aggiunta all’elenco, nella sua interattività di scambio dell’informazione accessibile: può essere non solo consultato dall’utente non addetto ai lavori, come gli altri, ma ampliato con segnalazioni di natura privata, senza una preliminare qualificazione dell’osservatore. Il sito, accessibile alla registrazione del nuovo dato che segnala il bene culturale, non dà luogo in sé e per sé ad una pronuncia o dichiarazione d’interesse a carattere pubblico o ad una denuncia dell’abuso e della distruzione eventuali, imminenti sul bene. Apre, in linea con la Costituzione e con la Convenzione di Faro, che sancisce il diritto civile di partecipazione alla vita culturale, in Italia ratificata nel 2020, ad una comunità ampia quanto si vuole l’urgenza di distinguere un contesto di bellezza paesistica o una rovina monumentale o un oggetto artistico. E a chiunque altro si faccia parte attiva del riconoscimento di un suo valore amministrativo da proteggere, il diritto di inserire on-line nell’immediatezza la localizzazione del bene storico-paesistico e storico-artistico rinvenuti ed il suo stato di conservazione, specificità ed appartenenza sul territorio. Un’idea sviluppata in cooperazione con l’Associazione anche da Archeomatica per un’applicazione analoga, che documenta lo stato di salute corrente di opere e monumenti, praticabile però da cellulare.
Fig.2 - Locandina del Programma del Convegno di Italia Nostra
Villa Borghese, da più di quattro secoli protagonista della bellezza urbanistica romana, non è certo un monumento incluso nella Lista Rossa di Italia Nostra dei beni culturali in pericolo. O per meglio dire, non lo è stata finora. Il suo esemplare giardino all’italiana, caratterizzato dall’essere scultoreamente ed architettonicamente concepito fin dal suo primo progetto, realizzato nell’arco della vita intera dal cardinale Scipione Caffarelli Borghese con un insieme di dipendenze annesse alla dimora storica e disseminato di boschetti, terrazze, uccelliere, arancere, labirinti di siepi a filare, fontane, sculture e perfino di un laghetto navigabile, alla stregua di una Domus Aurea a scala ridotta, era stato dettagliato palmo a palmo da Giacomo Manilli nel volume Villa Borghese fuori di Porta Pinciana del 1650. Le sue privatissime passeggiate, ancora adesso riconoscibili nei percorsi fiabeschi descritti dallo storico, avevano conosciuto gli ultimi interventi architettonici nei primi decenni dell’Ottocento ad opera di Luigi Canina, che ne riprogettò a rampe circolari anche la scalinata del Casino principale (i disegni sono conservati alla Biblioteca Universitaria Alessandrina) al posto di quella che, benché incisa nelle stampe della facciata, sembra che Giovanni Vasanzio non avesse più realizzato e che, in seguito al ritrovamento del suo prospetto originario dimensionato (ASR), venne ripristinata in travertino nel 1995 (e che oggi si vede, per parafrasare Giovanni Baglione). La purissima ‘ratio’ di osmosi fra architettura, archeologia e paesaggio della villa, meta del viaggio in Italia dalla seconda metà del Seicento in poi, per finire idealizzata dagli artisti del gruppo dei Nazareni e bersagliata dai cannoni durante gli scontri tra garibaldini e francesi, in tutti i restauri e risarcimenti ornamentali avuti del danno antropico, non ha mai perduto lo smalto di principale testimonianza nella città dello stile di vita italiano. In nessuna di queste fasi storiche del monumento, neanche ai tempi del suo passaggio da proprietà dei principi Borghese a patrimonio dello Stato, una fase che si è prolungata tra Ottocento e Novecento, o del suo far da sfondo panoramico al cinema d’avanguardia di Gianni Franciolini (1953), il Casino della villa è stato classificato mero contenitore di oggetti artistici. Per quanto il lessico della sua funzione attuale di museo lo richieda nella catalogazione delle opere d’arte, non è, d’altra parte, destinato soltanto al consumismo turistico e nemmeno ultimamente è stato considerato spettacolare ed esclusiva passerella di sfilate di moda o scenografia teatrale e cinematografica.
Al contrario, nella portata edonistica di sosta nel parco, meta di picnic ‘en plein air’ nei giorni festivi, connessa alla visita al luogo cult del suo museo nella memoria come nel benessere dei cittadini, sull’importanza della sua collezione incide il fatto di essere storicamente uno dei primi percorsi esclusivamente pedonali istituiti nel mondo e, quindi, non solo una risorsa di godimento estetico, bisogno inalienabile della cittadinanza e attrazione turistica, ma ‘polmone verde’ di Roma, progetto di abitabilità per i suoi frequentatori anche occasionali, molto più che redditizia, salutarmente indenne dal consumo di suolo e perfino dalla concessione a locali, ambulanti e dehors, con un'unica caffetteria interna. Possiamo immaginare, in caso contrario, anche sventato il rischio di bancarelle e giostre, cosa sarebbe diventato altrimenti negli anni il suo giardino.
Un percorso storico analogo a quello della Villa Doria Pamphilj, seguito a sua volta molto da vicino da Italia Nostra, per cui il riscatto a giardino comunale dell’immensa villa, negli Anni Sessanta, costò agli abitanti del quartiere e ai frequentatori in generale un contributo da pagare all’ingresso.
Tuttavia, il Concorso d’architettura promosso dalla direttrice della Galleria Borghese Francesca Cappelletti e da Francesco Rutelli, ex Ministro per i beni culturali oltre che già Sindaco di Roma, si propone, come concorso d’idee, un ampliamento a ridosso dell’edificio monumentale, che comporterebbe la parziale demolizione e ricostruzione anche di quest’ultimo e non solo del giardino limitrofo. Ora, molto si è detto a questo proposito, la proprietà accertata del bene demaniale è per definizione dello Stato italiano e, anche nel caso della salvaguardia dal crollo, da una calamità naturale o da vandalismo, nemmeno il Sovrintendente, fosse anche il Ministro della Cultura, hanno facoltà di modificarlo, perfino nel caso che l’intervento fosse progettato con gli stessi materiali rinvenienti dalla sua rovina, nell’ambito di una soggezione all’obbligatorietà di esposizione al pubblico delle opere d’arte contenute e di un presunto partenariato di valorizzazione. Solo nel caso di macerie pericolanti che mettessero a rischio la vita umana sarebbe possibile disporre dalla Sovrintendenza non la distruzione, parziale o totale di un bene, che nemmeno è a rischio, ma soltanto la sua chiusura temporanea al pubblico: il funzionario che commettesse una tale infrazione potrebbe essere per la legge italiana condannato a risarcire lo Stato stesso che rappresenta, in quanto, perfino sotto un profilo civilistico, nei termini della pubblica utilità e dell'eccezionalità, il giardino di una villa storica per sua definizione parco pubblico è un’area non edificabile per eccellenza.
La finalità precipua di ammettere la presenza dei visitatori nel deposito al piano attico della villa, cioé la fornitura di un servizio pubblico valorizzante, sarebbe comunque raggiunta con un criterio di rotazione temporanea delle opere d’arte che vi si trovano in scaffalature verticali d’archivio che si aprano a ventaglio, permettendo di esibirle con minore ingombro e con uno storage esemplare nei termini dello stato di conservazione, non richiedendo donazione alcuna da parte di sedicenti 'Amici dei musei' o di capitali in cerca di un logo universale. Un’architettura cult è modificata, infatti, quando lo sono la sua immagine e la sua visuale di complesso architettonico di pubblico dominio così com’è. A nessuno verrebbe in mente di murare gli archi del Colosseo, nemmeno per evitarne il crollo (anche se il recente rifacimento pavimentale del monumento, trattato nella specificità di un bene architettonico, ha alterato la sua autentica stratificazione archeologica). L'azione dissacrante su un bene non è un gap generazionale, ma dimostrativo, che può essere frutto di una scarsa presa di coscienza di un manifestante, o di un operaio luddista che sfasci una macchina industriale, a nessuno dei quali verrebbe in mente di intervenire su un prodotto artistico che non lo rappresentasse.
Villa Borghese non è il deserto dell’Altopiano di Ghiza che, per inciso, da quando eretto il Grand Egyptian Museum, ha visto in parte cancellata la magica visuale delle Piramidi dal Nilo. Proprio quando il telerilevamento Sar, dal satellite Sentinel-1 dell’Agenzia Spaziale Europea, e l’impiego del Georadar avevano consentito l’individuazione del letto primitivo del fiume, che scorreva sul fianco delle Piramidi, nella sede di un canale fluviale, attualmente interrato nella sua piana alluvionale, il cosiddetto Ramo Ahramat. La scoperta che i cambiamenti climatici nell’atmosfera e l’andamento dei fenomeni pluviali, tettonici e tellurici fossero all’origine della desertificazione della piana di Ghiza e dell’allontanamento progressivo delle popolazioni dai primi insediamenti e dalle necropoli più antiche è fondamentale per la conoscenza della civiltà egizia ed è paradossale come l’imponenza di un nuovo museo abbia in parte occultato nell’area il rapporto con il fiume, prima della fondazione delle piramidi posto tra la vita e la morte. Non è soltanto un luogo comune che i beni di tutti finiscano per diventare i beni di nessuno.
