Una ricerca condotta nelle Blue Mountains dimostra ancora una volta come il rilievo laser (LiDAR) da drone possa migliorare l'individuazione, la georeferenziazione e la tutela dei siti archeologici in territori difficilmente accessibili e in aree ad altà densità di vegetazione.
L'impiego del LiDAR da drone apre nuove prospettive per la ricerca archeologica in ambienti caratterizzati da vegetazione fitta e morfologie complesse. Nelle Blue Mountains, in Australia, un gruppo di ricercatori dell'Università di Sydney e dell'Australian Museum ha individuato tre ripari sotto roccia aborigeni precedentemente non registrati, utilizzando tecnologie di scansione laser aerotrasportata integrate con verifiche archeologiche sul terreno.
La ricerca, pubblicata il 14 ottobre 2026 sulla rivista scientifica Remote Sensing, è stata condotta in collaborazione con la Dharug Custodian Aboriginal Corporation, organizzazione rappresentativa delle comunità tradizionalmente legate al territorio.
Dalla scansione laser alla verifica archeologica
Il LiDAR (Light Detection and Ranging) consente di acquisire informazioni tridimensionali sulla superficie terrestre attraverso impulsi laser, ricostruendo la morfologia del terreno anche in presenza di copertura vegetale.
Nell'ambito dello studio, i ricercatori hanno utilizzato droni equipaggiati con sensori LiDAR per individuare configurazioni morfologiche compatibili con la presenza di ripari sotto roccia.
Le aree considerate potenzialmente interessanti sono state successivamente esaminate mediante sopralluoghi, consentendo di confermare sei siti già conosciuti e di documentarne tre nuovi, contenenti testimonianze di arte rupestre, tra cui impronte di mani realizzate con pigmento rosso, e manufatti litici.
Un risultato particolarmente significativo riguarda il miglioramento della precisione delle coordinate geografiche dei siti già censiti. Il confronto con le informazioni contenute nell'Aboriginal Heritage Information Management System (AHIMS) ha infatti evidenziato la possibilità di aggiornare e rendere più affidabili i dati di localizzazione.
Nuove possibilità per la documentazione e la tutela
Le Blue Mountains costituiscono un contesto archeologico di particolare interesse, ma la conformazione accidentata del territorio rende complesse e dispendiose le attività di ricognizione tradizionale.
Nell'area sono stati registrati oltre 200 ripari contenenti testimonianze culturali e archeologiche. Secondo i ricercatori, tuttavia, soltanto una parte limitata del territorio, stimata intorno al 10%, è stata oggetto di indagini sistematiche.
L'impiego del LiDAR permette di orientare le ricognizioni verso aree selezionate, riducendo il tempo necessario per individuare possibili evidenze archeologiche.
Il valore della metodologia non si limita alla ricerca di nuovi siti. La disponibilità di informazioni spaziali accurate può contribuire alla pianificazione degli interventi di conservazione, al monitoraggio del territorio e alla protezione del patrimonio culturale rispetto a incendi, erosione e trasformazioni antropiche.
Un approccio replicabile in altri contesti
I risultati suggeriscono la possibilità di estendere la metodologia ad altri paesaggi archeologici, adattando le tecniche di acquisizione e interpretazione alle caratteristiche ambientali.
Il gruppo di ricerca prevede ulteriori sperimentazioni in differenti regioni australiane, comprese le savane tropicali dell'Arnhem Land occidentale e le aree semiaride del Nuovo Galles del Sud.
L'esperienza australiana conferma il ruolo crescente dell'integrazione tra rilievo tridimensionale, sistemi informativi geografici e indagini archeologiche sul campo. Un approccio che può risultare particolarmente utile anche nei contesti mediterranei, dove vegetazione, instabilità dei versanti e difficoltà di accesso possono ostacolare la documentazione del patrimonio.
Riferimento scientifico: Bongers, Jacob L. et al., LiDAR-assisted survey locates unregistered rock shelters in the Blue Mountains, Australia, Remote Sensing, 2026. DOI: 10.3390/rs18203495.
Fonte: Australian Museum e University of Sydney
