Fondazioni archeologiche e istituti autonomi: la governance a confronto

BMTA 2026 a Paestum, confronto sui modelli di governance delle fondazioni archeologiche e dei musei autonomi.
Alla XXVIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, il confronto tra fondazioni, istituti autonomi e Ministero della Cultura sui modelli di gestione del patrimonio archeologico.

Nella Sala Velia del Next ex Tabacchificio, alla XXVIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, presidenti di fondazioni, direttori di parchi e musei autonomi e vertici del Ministero della Cultura hanno messo a confronto i due principali modelli di gestione del patrimonio archeologico italiano.

Due ore e mezza fitte, un formato a domande incrociate e un parterre che raramente si vede riunito allo stesso tavolo. Sabato 31 ottobre, nella mattinata della XXVIII BMTA di Paestum, il confronto sui «Modelli di governance: fondazioni archeologiche e parchi/musei autonomi», coordinato da Stefano Monti, presidente di ArcheoItaliae e partner di Monti&Taft, ha messo di fronte le fondazioni — Vulci, Canosina, Mont'e Prama, CIVES-MAV, Aquileia — e una pattuglia nutrita di istituti autonomi: dal Colosseo a Cerveteri e Tarquinia, dalla Maremma a Ercolano, da Paestum e Velia a Sepino, da Villa Adriana e Villa d'Este al MANN e al Museo di Reggio Calabria, con l'incursione di Ostia Antica dal pubblico. Le conclusioni sono toccate ai vertici ministeriali: Valerio Sarcone, vice capo di Gabinetto, e i due capi dipartimento Luigi La Rocca (tutela) e Alfonsina Russo (valorizzazione). La tesi che ha attraversato l'intera mattinata: fondazione e istituto autonomo non sono modelli alternativi ma strumenti distinti, da scegliere a partire dal territorio — e con qualcosa da rubarsi a vicenda.

Le fondazioni: equilibrare gli enti, mobilitare i cittadini

Dal fronte fondazionale sono arrivate tre esperienze difficilmente sovrapponibili. Anthony Muroni, presidente della Fondazione Mont'e Prama, ha sciolto il dubbio con cui era partito: temeva che il modello fondazione fosse per sua natura più esposto «ai terremoti o alle tempeste politiche», e invece — parola di chi ha fatto per venticinque anni il giornalista politico — la politica lo ha sorpreso in positivo: governo nazionale e giunta regionale di colore opposto all'avvio, entrambi ribaltati a metà mandato, e nessun inciampo per l'attività della fondazione, assecondata con maturità da tutte le parti. Il valore aggiunto, ha aggiunto, sta nei responsabili di area di altissima professionalità, senza i quali le decisioni del CdA resterebbero sulla carta.

Emanuele Zorino, vicepresidente della Fondazione Aquileia e sindaco della città, ha raccontato il caso di scuola: un comune di 3.500 abitanti su 37 chilometri quadrati, sito UNESCO dal 1998, e quattro soggetti — Ministero, Regione, Comune, Arcidiocesi — che insistono sullo stesso fazzoletto di terra. La fondazione, nata nel 2008 da un accordo lungimirante fra Stato e Regione con il compito di attuare il piano di gestione del sito (appena licenziata la seconda revisione), è per Zorino lo strumento che «equilibra» le missioni degli enti senza sostituirsi a essi: la Regione stanzia almeno due milioni l'anno, la Soprintendenza impegna quasi quindici milioni, la Direzione Musei ha appena premiato con cinque milioni l'itinerario del Milite Ignoto, e il nuovo accordo Stato-Regione punta al coordinamento di aree archeologiche, musei statali e basilica, fino al biglietto unico.

All'estremo opposto il «miracolo» rivendicato in collegamento da Sergio Fontana, presidente della Fondazione Archeologica Canosina: una fondazione di soli privati cittadini, nata nel 1993 per dare a Canosa — i cui corredi popolano i musei di mezzo mondo, da New York ad Atene a Berlino — il museo archeologico nazionale che non aveva. Oggi è l'unico caso italiano di museo statale ospitato in una struttura pagata dai privati: oltre trecento soci che si autotassano, dalla farmacista al musicista, una trentina di siti gestiti e manutenuti, un bilancio complessivo di 200.000 euro l'anno e una convenzione triennale con la Regione, approvata nel 2025, che ne riconosce il ruolo strategico. Due giorni prima, nella Curia Iulia al Foro Romano, la fondazione aveva tenuto a battesimo il volume Principi imperatori vescovi. La ricerca disegna città e territorio a Canosa (Edipuglia), curato da Raffaella Cassano e Giuliano Volpe con una quarantina di autori. L'obiettivo dichiarato: strutturarsi con personale stabile, oltre il volontariato del fine settimana.

Gli istituti autonomi: dal Colosseo ai Campi Flegrei

Sul versante degli istituti autonomi, Simone Quilici, direttore del Parco Archeologico del Colosseo, collegato da Roma, ha portato la prospettiva dei grandi numeri: quindici milioni di visitatori nell'ultimo anno, un podio mondiale che vede il parco terzo dietro due colossi cinesi, e un turismo diventato «più democratico», alimentato da flussi cinesi, brasiliani, indiani che impongono risposte nuove. Di qui la stagione dei gemellaggi bilaterali con gli altri siti delle Nuove Sette Meraviglie del mondo, dal Cristo Redentore di Rio a Petra: accordi per scambiarsi pratiche su flussi e modelli di governance che — ha sottolineato — proprio l'autonomia rende possibili, perché è l'istituto stesso a farsi promotore diretto dei rapporti con gli omologi stranieri, mentre le grandi mostre ospitate nell'anfiteatro, frutto della collaborazione con Roma Capitale, funzionano da vetrina e da leva per redistribuire i visitatori sui luoghi meno battuti del parco.

Vincenzo Bellelli ha riletto l'esperienza del Parco di Cerveteri e Tarquinia: due realtà profondamente diverse, unite in un unico istituto per una scommessa della politica, dove l'autonomia ha consentito il cambio di passo, dal piano tariffario alla crescita dei musei. Leonardo Bochicchio ha portato il cantiere dei Parchi Archeologici della Maremma, chiamati a tessere il rapporto fra siti statali, musei locali ed energie del territorio. Federica Colaiacomo, da poche settimane alla guida del Parco Archeologico di Ercolano — autonomo dal 2016 e diretto fin qui da Francesco Sirano, presente in sala — ha indicato nel sodalizio venticinquennale con il Packard Humanities Institute, avviato nel 2001, il modello di una filantropia culturale che non si esaurisce nella sponsorizzazione ma integra progetti, competenze e professionalità: ne sono figli i risultati su programmazione e manutenzione, la rigenerazione urbana di via Mare e le domus progressivamente restituite al pubblico, con altre due aperture annunciate per il 5 novembre.

Tiziana D'Angelo, direttrice dei Parchi Archeologici di Paestum e Velia, padrona di casa, ha mostrato le due facce dell'autonomia. Da un lato l'inclusione: il protocollo d'intesa con una rete di associazioni — fra cui Il Tulipano — dentro il progetto «Il benessere è un'opera d'arte», per luoghi della cultura che siano anzitutto luoghi di persone. Dall'altro il riequilibrio interno: con Velia aggregata all'istituto solo nel 2020 e un rapporto di visitatori di dieci a uno rispetto a Paestum, l'autonomia ha permesso di concentrare investimenti sul sito minore, laddove una fondazione — è la sua valutazione — avrebbe reso più complessa la fase di avvio. Dalla recente delega sul Parco Archeologico dei Campi Flegrei, un parco diffuso di una ventina di siti, ha portato infine il caso dell'accordo di valorizzazione sul Rione Terra di Pozzuoli: molti attori, interessi ed esigenze da comporre, e la flessibilità dell'istituto autonomo come condizione per restare in ascolto.

Sepino, Tivoli, Ostia: autonomia alla prova dei territori

Fra gli interventi più concreti quello di Enrico Rinaldi, direttore del Parco Archeologico di Sepino, alle prese con dodici luoghi della cultura sparsi in un Molise privo di trasporti pubblici: quasi diciotto milioni di euro spesi in quattro anni, di cui otto e mezzo di fondi PNRR su venti progetti, e un «fund raising istituzionale» che ha portato dalla Regione sei milioni di fondi di sviluppo e coesione. Rinaldi ha rivendicato due scelte impopolari. La prima: il biglietto da dieci euro, concordato con la Direzione generale Musei dopo trent'anni di rinvii, mal digerito da una comunità che del parco si sentiva proprietaria ma reclamato dagli stessi visitatori — anche perché prima nessuno sapeva nemmeno quanti fossero. La seconda, appena compiuta: la chiusura degli espropri delle ultime due famiglie residenti dentro il parco, epilogo di un iter avviato da Valerio Cianfarani a metà anni Cinquanta, quando le famiglie insediate fra le mura in opera reticolata erano trenta. Con il progetto Interreg Italia–Croazia ArcheoDig, capofila l'Università di Macerata, circa 300.000 euro sono andati anche a un tentativo di ricostruzione dei monumenti antichi: scelta coraggiosa, ha ammesso, e dichiaratamente figlia «degli occhiali» delle conoscenze del nostro tempo.

Alberto Samonà, direttore dell'Istituto Villa Adriana e Villa d'Este, ha declinato l'autonomia sul fundraising inteso come costruzione di alleanze stabili, non come questua: una rete di «amici delle ville» da fidelizzare con membership e benefit, a cominciare dal distretto del travertino fra Tivoli e Guidonia, le cui aziende vendono commesse oltreoceano. In un territorio risparmiato dall'overtourism, dove la visita è per definizione lenta, l'autonomia consente inoltre di programmare la ricerca — a Villa Adriana ogni campagna di scavo riscrive porzioni di storia del sito — e di investire sui luoghi considerati a torto secondari: l'obiettivo dichiarato è fare del Santuario d'Ercole Vincitore, oggi «fratello povero» delle due ville, il terzo asse dell'offerta su Tivoli entro cinque anni.

Chiamato a sorpresa dal pubblico, Alessandro D'Alessio, direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica, ha raccontato l'adesione ad «Arte fuori dal museo», il protocollo promosso dalla Direzione generale Musei con il mondo alberghiero per esporre negli hotel storici romani reperti restaurati provenienti dai depositi. Una filosofia — portare il museo fuori dal museo — che Ostia pratica da tempo con Aeroporti di Roma: le sculture dei depositi ostiensi esposte dal 2022 nel nuovo molo di imbarco del Leonardo da Vinci, inaugurato alla presenza del Presidente Mattarella, passano oggi sotto gli occhi di quasi cinquanta milioni di passeggeri l'anno — tanto vere che la società ha dovuto precisare che non sono copie. Per un sito fermo a 330.000 visitatori, schiacciato dalla concorrenza del centro di Roma e da una permanenza media di due giorni e mezzo, la vera posta è innescare processi che allunghino i soggiorni e ridistribuiscano i flussi.

Napoli e Reggio Calabria: ciò che manca a ciascun modello

I due interventi più apertamente comparativi sono venuti dal Sud. Francesco Sirano, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è partito dal nodo dei servizi al pubblico in concessione, dopo decenni di esiti spesso insoddisfacenti: la forza del museo autonomo sta nella squadra interna, articolata su tutte le professionalità del Ministero, capace di seguire e «convincere» il concessionario verso un'offerta — bookshop e merchandising compresi — all'altezza degli standard internazionali, anche in funzione delle royalties. La differenza principale con le fondazioni resta per lui il personale, con i suoi pro e i suoi contro. E la questione delle forme di gestione tornerà presto d'attualità: fra un paio d'anni il MANN dovrà tenere aperta la seconda sede nel Real Albergo dei Poveri, migliaia di metri quadrati «in condominio» con una pluralità di funzioni, dove occorrerà trovare la formula migliore per un contenitore senza precedenti.

Specularmente, Fabrizio Sudano, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, ha detto senza giri di parole che cosa ruberebbe alle fondazioni: la componente degli enti locali nella governance. In una regione dal PIL più basso d'Italia, dove fundraising e Art Bonus restano pratiche lontane, il museo ha moltiplicato gli accordi — Camera di Commercio, Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato — per portare l'impresa dentro un disegno comune; ma dopo otto anni di autonomia affiorano le crepe impiantistiche, dalla sala dei Bronzi da rifare alla terrazza da destinare alla ristorazione, che la bigliettazione non può coprire. A Reggio non esiste un assessorato alla cultura, né comunale né regionale, e il museo ne fa di fatto le veci come motore culturale dell'intera regione: avere Comune e Regione dentro la governance, come accade nelle fondazioni, cambierebbe la partita. Intanto il museo insegue anche lui la via del fuori-le-mura, dall'aeroporto dello Stretto — il più in crescita d'Italia per traffico — al futuro terminal del porto, dentro un piano strategico triennale pensato, parole sue, per una gestione «meno improvvisata e più programmata».

Il Ministero: modelli distinti, non alternativi

Le conclusioni hanno ricondotto il mosaico a sistema. Valerio Sarcone, vice capo di Gabinetto, è partito da un dato Istat: su oltre quattromilaseicento musei e istituti similari censiti in Italia, appena 460 sono statali. In questo quadro l'istituto autonomo non è per lui un'alternativa alla fondazione ma un «modello distinto e adattivo», già ponderato dal Codice; e nelle fondazioni di partecipazione lo Stato non viene sostituito — il termine sussidiarietà, ha osservato, è fuorviante — ma è parte, contributore e vigilante, con una vigilanza collaborativa e non pervasiva. Le spinte che orientano verso la fondazione: la capacità di aggregazione di enti e soggetti privati, la presenza di attrattori turistici, il mecenatismo. L'atto di indirizzo del ministro del primo settembre spinge nella stessa direzione — accordi di valorizzazione, convenzioni, partenariati — mentre è in dirittura un decreto sui contributi ai soggetti creati o partecipati dal Ministero. Un affondo anche sul lessico interno: l'istituto autonomo è articolazione territoriale del Ministero, e le note indirizzate al «superiore ministero» fanno sorridere, perché la squadra è una sola.

Luigi La Rocca, capo del Dipartimento per la tutela, ha confessato il furto che farebbe volentieri: l'autonomia stessa, con la sua agilità nella gestione delle risorse, la possibilità di portare fondi in conservazione e la responsabilizzazione dei dirigenti sulla capacità di spesa. La fondazione resta per lui più adatta dove una molteplicità di siti appartiene a enti diversi su territori ampi, e la tutela vi è pienamente garantita: lo Stato mantiene tutela scientifica e proprietà, delega la gestione operativa, vigila. La memoria storica serve da antidoto ai trionfalismi: le prime autonomie — la Soprintendenza speciale di Pompei nel 1997, quella di Roma dieci anni dopo — furono entrambe commissariate ed entrambe risollevate da strutture, persone e risorse, a cominciare dal Grande Progetto Pompei da 105 milioni. Perché il valore del prodotto culturale, ha concluso, non si misura in visitatori o bilanci ma in impatto sui territori: come a Siponto, dove l'installazione di Edoardo Tresoldi sulla basilica paleocristiana portò in pochi mesi da zero a ottantamila visitatori un'area dimenticata, che ancora oggi ringrazia. E valorizzazione è anche ricerca, restauro e recupero immobiliare: dalle ottocento chiese del Fondo Edifici di Culto restituite alle comunità con il PNRR all'Albergo dei Poveri di Napoli, nella cifra del Piano Olivetti.

Alfonsina Russo, capo del Dipartimento per la valorizzazione, ha spostato l'asse sull'obiettivo finale: prima dei flussi turistici vengono i territori e le comunità, e la scelta del modello si fa dal basso, a partire dalle necessità — dove più istituzioni possiedono i beni, come ad Aquileia, la fondazione funziona; gli istituti autonomi, dal 2014, hanno traghettato il sistema «dai musei polverosi ai musei dinamici». Al centro, più del modello, la bontà del progetto culturale, oggi aperto anche ai privati con le linee guida sul partenariato speciale pubblico-privato, e le reti territoriali: su tutte l'anno degli Etruschi, con Experience Etruria rilanciata dopo il premio all'Expo 2015 e le mostre fra Venezia, Milano, San Francisco e Guadalajara. Quanto alla domanda sugli indicatori, il dipartimento monitora con la Direzione generale Musei su quattro assi: visitatori e pubblici, accessibilità, manutenzione programmata, qualità e partecipazione del progetto culturale.

Non un punto d'arrivo

Monti ha chiuso annunciando che dal confronto verrà distillata una sintesi, da inviare ai partecipanti come base per un prossimo incontro. La lezione della mattinata, del resto, non chiedeva un verdetto: la scelta fra fondazione e istituto autonomo si decide sul territorio, misurandola sull'obiettivo e sulla qualità del progetto culturale — e i due mondi, come si è visto, hanno ciascuno qualcosa da imparare dall'altro.

Registrazione testata

Archeomatica.it è una testata telematica registrata in data 5 marzo 2026 al n. 28/2026 del Registro Stampa del Tribunale di Roma. Direttore Responsabile: Michele Fasolo.

Archivio