Soggetti non in posa davanti all’obiettivo, né ripresi di nascosto nè incorniciati in pose composte. Sono sospesi a mezz’aria: gambe piegate, braccia sollevate, piedi nudi o con le scarpe, dita delle mani rivolte verso l’alto o braccia tese lungo i fianchi.
E’ il 1952 e Philippe Halsman viene incaricato dall’azienda automobilistica Ford di realizzare il servizio fotografico in vista dei festeggiamenti ufficiali per il 50° anniversario della fondazione dell’azienda. Dopo una rigida sessione fotografica, Halsman chiede a Mrs. Edsel Ford di saltare davanti alla camera, Eleanor Clay Ford non esita, si toglie le scarpe con il tacco e…JUMP!
Per circa dieci anni, il fotografo ritrae a mezz’aria numerosi soggetti, celebri e non. Al termine di ogni sessione fotografica, quasi fosse un mantra, rivolge immancabilmente la stessa richiesta: saltare. Per Halsman, il salto è uno strumento psicologico. Nel 1959 il suo libro Philippe Halsman's Jump Book, non è un catalogo fotografico, ma quasi un trattato sulla psicologia motoria. In quel gesto e in quello spazio l’attenzione dei soggetti viene canalizzata sul movimento del corpo. In quel frangente, secondo il fotografo la maschera sociale cade e rivela l’espressione del volto. E’ il corpo a parlare e ogni fotografia dei suoi salti diventa una vera e propria radiografia, un’analisi dettagliata. Ogni salto, per Halsman, racconta qualcosa. Tra le diverse tipologie, elencate nel suo libro c’è il cosiddetto Salto di Ambizione e Orgoglio (The Leap of Ambition), riconoscibile dalle braccia protese verso l’alto e dalle dita tese. Un gesto che, secondo il fotografo, rivela un forte desiderio di ascesa sociale o professionale.
L’interesse per lo scatto verso l’alto, per quell’atto spontaneo e atavico di sollevarsi da terra, nasce prima degli anni Cinquanta, da bambino amava saltare, ma dopo l’infortunio all’osso iliaco non poté più farlo. Negli anni Quaranta fotografa ballerini e acrobati in movimento, affascinato da quell’esatto istante in cui si librano in aria. Scatta disteso a terra e anche l’obiettivo punta verso l’alto! Con Dalì Atomicus (1948), senza ricorrere al fotomontaggio, ogni soggetto e oggetto viene immobilizzato nello spazio. Nata dalla collaborazione con Salvador Dalì, lo scatto fu realizzato dopo moltissimi tentativi. I gatti vengono lanciati davvero e, con piccoli trucchi scenici, anche il quadro, la sedia e lo sgabello si sorreggono in aria. Ma dagli anni Cinquanta in poi, quella sospensione diventa anche un modo per opporsi alle pose finte e artificiali delle foto. È possibile tracciare un parallelismo con la Nouvelle Vague, movimento cinematografico francese nato alla fine degli anni Cinquanta, che con la tecnica dello jump cut spezza il ritmo del film e interrompe l’illusione della continuità.
Registi come Jean-Luc Godard e François Truffaut rompono il flusso del tempo, tagliano alcune parti dell’azione di un personaggio, che sembra improvvisamente saltare in avanti nello spazio e nel tempo. È proprio nell'imperfezione della continuità che la finzione viene meno e lascia spazio alla dinamica imperfetta della vita.Tutto si concentra su quell’interruzione. Se salto?
A cura di Maria Chiara Spiezia
Mostre in corso
Fino al 27 settembre 2026, il Centro Studi Espositivo Santa Maria Maddalena di Volterra ospita Jump!, la mostra dedicata all’universo del salto di Philippe Halsman. La mostra è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra e prodotta da Opera Laboratori, in collaborazione con Contrasto e con l’Archivio Philippe Halsman.
