L’essenziale è Irving Penn

L’essenziale è Irving Penn
Copertina dell'album Tutu di Miles Davis (1986), fotografia di Irving Penn.

New Jersey, classe 1917, Irving Penn, senza esitazioni, rivoluziona la fotografia di moda. Maestro della sottrazione, nelle sue foto non aggiunge, ma toglie. Incisiva la sua collaborazione con la rivista Vogue, tra le più lunghe (dal 1943 al 2009) e rivoluzionarie nella storia dell’editoria.

Irrompe con la sua prima copertina nel 1943, nessun volto di donna, nessuna illustrazione artistica, nessun ritratto di società, ma a tutti gli effetti una natura morta. Una composizione geometrica e minimalista di accessori: un guanto, una borsa, una cintura arrotolata, una stampa con disegni botanici di agrumi e il titolo del numero della rivista in uno spazio bianco rettangolare, che simula un foglio: New ways to wear; New Accessories; 8 new ways to Double Your Clothes, Money. Descrivere lo stile di Irving Penn e come annotare una lista della spesa su di un Post-it con gli alimenti di base: rigore, luce naturale, materia, ma di fronte alle oltre 150 copertine realizzate per Vogue, alle sue fotografie di still life e ai suoi scatti etnografici, i Post-it utilizzati per annotare la spesa di ogni giorno non sarebbero sufficienti a raccontare la maestria dell'artista.

Con Black and White Vogue Cover (Jean Patchett), copertina realizzata per l’American Vogue del 1 Aprile 1950, la modella Jean Patchette è fotografata frontalmente, senza orpelli, mani sui fianchi, sguardo obliquo e per ottenere uno stacco grafico improvvisa un trucco da studio: mascara nero sulle labbra, inoltre l’abito indossato rispecchia anche la svolta della moda parigina con il New Look di Christian Dior. Dal 1932 Vogue non pubblica una copertina in bianco e nero, ma la vera rivoluzione non risiede semplicemente nell’utilizzo del bianco e nero, bensì nell’essenzialità della figura e nella forza immediata dell’immagine. L’allora art director della rivista, Alexander Liberman, definisce le fotografie di Irving Penn degli “stoppers”: immagini così potenti da interrompere il ritmo della lettura e spingere i lettori, mentre sfogliano la rivista, a fermarsi davanti a esse.

Non più scenografie sfarzose, non luci artificiali, senza fronzoli Penn adotta per moltissimi suoi scatti lo sfondo grigio o bianco, isola il soggetto tanto da realizzare nel suo studio quello che viene definito il Penn's Corner: uno sfondo verticale angolato, dove i soggetti sono privi di distrazioni. Artisti, celebrità e modelle varcano quell'angolo e, durante il tempo dello scatto fotografico, cercano di adattarsi non solo allo spazio, ma anche alla presenza e alla visione di Penn. Quando entra Salvador Dalí, non si lascia intimidire, al contrario, utilizza quello spazio per amplificare la propria stravaganza, trasformando il corner in un elemento della sua stessa performance e sfidando i limiti. Marlene Dietrich, abituata a controllare ogni dettaglio dell'illuminazione per valorizzare la propria immagine, tenta di impartire indicazioni a Penn, che però le ignora. Il risultato è un ritratto che la rivista Vanity Fair dell'epoca descrive come quello di una persona che sembra sentirsi «braccata» o «perseguitata» (haunted or even hunted).

Anche Truman Capote, che allora ha appena ventiquattro anni, entra nello studio di Penn con aria sicura. Il corner, però, finisce per rivelarne la vulnerabilità: si ranicchia su se stesso, affonda le mani nel cappotto, con la spalla sinistra schiacciata contro la parete di cartongesso e il collo piegato bruscamente verso destra guarda l'obiettivo. Gli scatti realizzati a Miles Davis per la copertina dell'album Tutu nel 1986 non necessitano del corner: è l'innovatore del jazz e Irving Penn esalta ciò che è. Non fotografa soltanto il suo volto, ma realizza una vera e propria sequenza cinematografica della mano sinistra dell'artista. Con il palmo aperto rivolto verso l'obiettivo, si percepiscono i calli, la pelle ispessita e la leggera curvatura delle dita, indurite da anni di contatto con il metallo. La mano diventa la naturale continuazione dello strumento. Irving Penn è il poeta del minimalismo e del rigore: ciò che resta nelle sue immagini non è il vuoto, ma è l’essenza che è il tutto.

Tra le mostre che celebrano il suo lavoro, chiusa alla fine di giugno l'esposizione a lui dedicata dal Centro della fotografia di Roma all'ex Mattatoio, una grande retrospettiva aprirà il 30 settembre 2026 e proseguira' fino al 17 gennaio 2027, in occasione del trentesimo anniversario della Maison Européenne, PENN & FASHION, che documenterà lo stesso periodo del percorso artistico di Irving Penn: dal 1947 al 2008. Realizzata in collaborazione con la Irving Penn Foundation e la Nicola Erni Collection, l’esposizione ripercorre in ordine cronologico l’evoluzione del linguaggio di Penn, dalle prime celebri fotografie dedicate alla moda parigina del secondo dopoguerra fino alle successive sperimentazioni. Un capitolo centrale della mostra esplorerà il sodalizio con Issey Miyake, una collaborazione lunga, fertile e propizia: i due artisti parlano la stessa lingua. Le fotografie di Penn agli abiti dello stilista non si limitano a esaltarli, ma li rivelano, li interrogano, arrivando a stimolare lo stesso Miyake nella creazione di nuove forme. Con Penn, editoria, arte e industria culturale vengono riconcepite.

PENN & FASHION

 A cura di Maria Chiara Spiezia 

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