Lorenzo Quilici (1938–2026). Il territorio come documento e come impegno civile

Lorenzo Quilici

Si è spento il 13 agosto Lorenzo Quilici, professore ordinario di Topografia dell’Italia antica e tra i maggiori studiosi italiani della disciplina. Con lui scompare uno dei rappresentanti di una tradizione di ricerca che ha fatto della lettura diretta del terreno — ricognizione, rilievo, fotografia aerea, cartografia archeologica — uno strumento fondamentale per ricostruire la storia dei territori.

Nel suo lavoro conoscenza e tutela sono rimaste strettamente legate. Dall’Appia alla campagna romana, da Collatia a Kroton, Quilici ha mostrato come l’archeologia non possa limitarsi ai singoli monumenti: deve riconoscere relazioni, infrastrutture, paesaggi e trasformazioni. Una lezione che conserva piena attualità anche nell’epoca del GIS e del remote sensing.

Una scuola fondata sulla lettura del territorio

Lorenzo Quilici apparteneva alla grande tradizione romana della topografia antica, sviluppatasi attraverso studiosi come Rodolfo Lanciani, Giuseppe Lugli e Ferdinando Castagnoli. Una disciplina nella quale il territorio non costituisce semplicemente lo sfondo sul quale collocare i resti archeologici, ma una fonte storica da interrogare.

Il principio è semplice solo in apparenza: osservare sistematicamente le tracce lasciate dall’uomo nel paesaggio, riconoscerne le relazioni e ricostruire attraverso di esse l’organizzazione storica dello spazio.

Ricognizione sul terreno, studio della viabilità, rilievo dei monumenti, fotografia aerea, fonti cartografiche e documentarie e costruzione della carta archeologica concorrono così alla stessa finalità: passare dal singolo rinvenimento alla comprensione del sistema territoriale.

È una concezione che Quilici e Stefania Quilici Gigli hanno sintetizzato nel 2004 nell’Introduzione alla topografia antica, pubblicata dal Mulino. Il compito del topografo vi è definito come quello di riconoscere e interpretare i dati provenienti dall’antichità per ricomporre organicamente la storia di monumenti, abitati e territori. Il volume sottolinea inoltre il valore della conoscenza topografica come presupposto della salvaguardia.

Da Collatia all’Atlante Tematico di Topografia Antica

Uno dei lavori fondamentali della prima fase della ricerca di Quilici è Collatia, pubblicato nel 1974 nella Forma Italiae: un’opera dedicata alla ricostruzione topografica e archeologica di un settore della campagna romana.

Ma il lavoro di Quilici si è esteso a numerosi territori, con una particolare attenzione alla viabilità antica, alla forma delle città, alle infrastrutture e alle trasformazioni del paesaggio.

Una parte rilevante di questa ricerca è stata condotta insieme a Stefania Quilici Gigli. La continuità della loro collaborazione scientifica è testimoniata anche dall’Atlante Tematico di Topografia Antica, fondato da Lorenzo Quilici nel 1992 e successivamente diretto insieme a Stefania Quilici Gigli.

Quella vicenda editoriale è arrivata fino al presente. Il volume 36 dell’Atlante, pubblicato nel 2026, contiene ancora due studi firmati da Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli dedicati ai Monti Aurunci: uno sulle ville marittime nel Sinus Formianus e uno sui paesaggi romani a oriente di Formia.

È forse il dato che meglio restituisce la continuità del suo lavoro: una ricerca sul territorio proseguita praticamente fino alla fine.

Conoscere l’Appia per poterla difendere

Nella figura di Quilici ricerca e tutela non costituivano due attività separate.

Il caso dell’Appia è particolarmente significativo. Nel 1976 pubblicò per Italia Nostra La Via Appia da Roma a Bovillae, ma soprattutto partecipò al gruppo interdisciplinare che tra il 1973 e il 1976 elaborò il Piano per il Parco dell’Appia Antica promosso dalla sezione romana dell’associazione.

La documentazione relativa al Piano consente di ricostruire con precisione i ruoli. Vittoria Calzolari coordinò il gruppo; Lorenzo Quilici fu responsabile dello studio storico-archeologico. Al progetto parteciparono specialisti di urbanistica, paesaggio, botanica, geologia, idrogeologia, storia territoriale e diritto, mentre il gruppo operativo fu affiancato da rappresentanti di Italia Nostra, tra i quali Antonio Cederna.

Il metodo era già, per molti aspetti, quello che oggi definiremmo una lettura integrata del paesaggio: morfologia, acque, vegetazione, strutture archeologiche, insediamenti e percorsi storici venivano considerati come parti di un unico sistema.

Non si trattava quindi di proteggere una sequenza di monumenti isolati. Occorreva riconoscere l’unità storica e ambientale del comprensorio.

Quella impostazione avrebbe lasciato un segno duraturo. La legge regionale del 1988 che istituì il Parco regionale dell’Appia Antica riprese diversi elementi dello schema elaborato nel Piano del 1976. Nel 2024 la Via Appia. Regina Viarum è stata iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.

Non sarebbe corretto attribuire quel risultato a una singola persona o a una sola stagione. È però possibile riconoscere nel lavoro di conoscenza e nelle battaglie di tutela sviluppate in quei decenni una parte della lunga storia culturale che ha permesso di considerare l’Appia non come una successione di emergenze archeologiche, ma come un sistema territoriale.

Kroton e il limite della tutela per frammenti

Lo stesso principio emerge con particolare chiarezza nel lavoro dedicato a Crotone.

Nel 1977 Quilici pubblicò su Magna Graecia una relazione sull’area industriale di Crotone e sulla sua possibile espansione in rapporto alle preesistenze archeologiche. Il problema non era soltanto documentare singoli resti, ma comprendere l’organizzazione dell’antica Kroton prima che le trasformazioni contemporanee ne rendessero definitivamente illeggibili le relazioni spaziali.

È un punto metodologico essenziale.

La tutela archeologica perde parte della propria efficacia quando interviene soltanto sul singolo muro, sul singolo vano o sul singolo rinvenimento. Per comprendere una città antica occorre ricostruirne la struttura: orientamenti, assi viari, quartieri, aree pubbliche, necropoli, rapporti con il territorio.

La conoscenza topografica diventa così anche uno strumento di pianificazione e prevenzione.

Dalla stereocoppia al GIS

A distanza di decenni, il metodo conserva una sorprendente attualità.

Gli strumenti sono profondamente cambiati. Alla fotografia aerea analogica si sono aggiunti immagini satellitari, droni e sensori; alla cartografia disegnata si sono affiancati sistemi informativi geografici, database spaziali e cartografia numerica; alle ricognizioni tradizionali possono oggi integrarsi LiDAR, fotogrammetria digitale, remote sensing e analisi geospaziali.

Ma la disponibilità di tecnologie più potenti non modifica la domanda fondamentale: quali relazioni storiche stiamo cercando di riconoscere nel territorio?

Un GIS può gestire migliaia di geometrie e attributi. Un modello digitale del terreno può rendere leggibili morfologie difficilmente percepibili al suolo. Il remote sensing può individuare anomalie e tracce su estensioni impensabili per una ricognizione tradizionale.

Nessuno di questi strumenti, però, sostituisce automaticamente l’interpretazione topografica.

Il valore del dato nasce dalla capacità di metterlo in relazione con le altre fonti, verificarlo sul terreno, comprenderne la cronologia e inserirlo nella storia delle trasformazioni del paesaggio.

Una lezione professionale ancora attuale

È probabilmente questo uno degli aspetti dell’eredità di Quilici che interessa maggiormente chi oggi lavora nella documentazione digitale del patrimonio.

La tecnologia aumenta enormemente la capacità di acquisire, organizzare e interrogare informazioni territoriali. Ma proprio l’abbondanza dei dati rende ancora più necessaria una domanda scientifica capace di guidarne la raccolta e l’interpretazione.

La carta archeologica, in questa prospettiva, non è semplicemente una mappa di punti. È un modello conoscitivo del territorio.

E la documentazione non costituisce l’ultima fase della ricerca: può diventare il presupposto per la tutela, la pianificazione, la valutazione del rischio archeologico e la gestione delle trasformazioni.

Conclusioni

Lorenzo Quilici lascia una produzione scientifica molto ampia, ma soprattutto un modo di intendere il mestiere del topografo.

Il territorio è un documento storico complesso. Per leggerlo occorre camminarlo, osservarlo, misurarlo, confrontare fonti diverse e riconoscere le relazioni tra tracce apparentemente separate. E quella conoscenza assume pieno significato quando diventa anche capacità di tutela.

Gli strumenti contemporanei — GIS, remote sensing, fotogrammetria, LiDAR, cartografia e banche dati territoriali — consentono oggi di sviluppare questa impostazione con quantità di dati e capacità analitiche incomparabilmente maggiori.

Resta però la stessa responsabilità scientifica.

Leggere il territorio per intero, prima che le sue relazioni diventino illeggibili, è ancora una delle forme più concrete della sua difesa.

Fonti

  • Università di Bologna, archivio della ricerca CRIS: documentazione scientifica e bibliografica relativa a Lorenzo Quilici e all’Atlante Tematico di Topografia Antica.
  • Lorenzo Quilici, Collatia, De Luca, 1974, Forma Italiae, Regio I, vol. 10.
  • Lorenzo Quilici, Stefania Quilici Gigli, Introduzione alla topografia antica, Il Mulino, 2004.
  • Atlante Tematico di Topografia Antica, vol. 36, 2026, L’Erma di Bretschneider.
  • Vittoria Calzolari, “Progetti e prospettive per il Parco dell’Appia Antica”, in La via Appia, a cura di Stefania Quilici Gigli, Roma, 1990.
  • Lorenzo Quilici, La Via Appia da Roma a Bovillae, Italia Nostra, Roma, 1976.
  • Lorenzo Quilici, “Kroton in pericolo – relazione sull’area industriale di Crotone e la sua possibile espansione in rapporto alle preesistenze del luogo”, Magna Graecia, 1977.
  • UNESCO World Heritage Centre, documentazione relativa a Via Appia. Regina Viarum, iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 2024.

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