NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo

 


 

Sabato, 14 Ottobre 2017 09:08

Essential Eataly, Little Italy & Rome by night

Francesca Salvemini
Vota questo articolo
(6 Voti)

Non è che una fiaba che il duca di York, al pari di altri sovrani, farà progettare a Pietro da Cortona il Casino maggiore del Pigneto ai margini della tenuta della Casina di Pio V (fg1d, fg 1e: Uffizi), o Casaletto di Pio V nella Cartografia di Francesco Contini (Catasto Alessandrino, ASR), edificata da Giorgio Vasari non lontano dal Casaletto Chigi (fg1a, b, c) “di Massinaghi” (Lanciani 1902) alla Pineta Sacchetti, che mostrerà almeno un fornice del suo loggiato anche nelle approssimazioni cartografiche alessandrine. Una riserva che sarà appartenuta al cardinale Giulio Cesare Sacchetti, quando Gian Lorenzo Bernini avrebbe pronosticato: 

 “Petruccio vuol fare un Presepio” (Vasi, 1759) davanti alla fantastica gradonata di rocce in miniatura nelle vedute dei van Wittel, dove Alessandro Specchi svilupperà l’arcadico progetto di parterre dei Concorsi Clementini per la scalinata di Trinità dei Monti, voluto da Filippo Colonna nei giardini del palazzo al Quirinale, e le grottesche disegnate da Pietro da Cortona dalle mura serviane al Sacello imperiale degli Orti di Mecenate.Figura1abc

Figura1deFigura 1 a,b,c,d,e,f,g

 Figura1fg

Confortevole ingresso alla residenza di caccia e modello di prato all’inglese armonizzato ai pascoli della campagna romana, il regale calcidico, abbandonata l’esedra porticata dei purosangue smontati al tramonto, vedrà la sua ardita scalea reimmaginata da Specchi alla soglia, che sarà abbattuta, delle Stalle del Quirinale. Privo del catino della originaria facciata di fontana sormontata da busti, balaustre e statue e del rivestimento di marmi, ancora adesso appare un ricetto architettato a sfondo scenografico dello scosceso bacino. Sarà stata Plautilla Bracci nella Villa Benedetti del Vascello al Gianicolo a mutuare modanature e partizioni, esaltandone il prospetto a scoglio berniniano con le edicole che, denotando, se non un accampamento napoleonico, un convoglio di Dominique Vivant Denon, saranno elevate a faro della campagna romana anche al culmine della Villa York di avvistamento al mare, oltre il crinale, come a Trinità dei Monti. Il suo canopo, resti di una condotta suburbana dell’acquedotto borghesiano dall’Arco dei Condotti, era visibile a Giuseppe Vasi lungo i tracciati viari delle antiche iscrizioni dell’agro della via Aurelia fuori Porta Angelica, ricavando, per suo stesso avvertimento, dal disegno di Specchi l’aspetto originario del Casino nobile nell’incisione a sua volta pubblicata (Vasi, tv.183, (XI), (XII)) ed una pianta del rudere a colonne corinzie scavato nella scarpata della villa, dalle volte, al pari dell’ultimo ordine, crollati, sul pendìo cosiddetto di Valle degli Inferi (mare Thyrrenum, sive Inferum), dov’erano scesi i soldati del Sacco. I Tritoni coppieri che adornavano la peschiera sono forse gli stessi a grottesca del ninfeo del teatro della Villa Pamphilj. Datata 29 marzo 1660 è la ‘Misura e Pianta della Tenuta detta del Pigneto dell’Ill.mo Signor Marchese Giovanni Battista e fratelli Sacchetti esistente fuori di Porta Angelica...’ (fg2) (ASR, Catasto Alessandrino, allegato) del Capitolo di S. Pancrazio nella topografia viaria la strada di Porta Angelica, nella quale l’edificio è in assonometria, ma privo delle digradate vasche.

Figura2Figura 2

 Forse questo accesso a Roma da Nord era ancora il più temuto e presidiato sulla ‘strada che viene da Porta Angelica’, riaperta verso la Cassia dal pontefice Pio IV e proveniente dalle stazioni della chiesa di S. Maria del Riposo al Granaio di Porta Portese, dalla Chiesa di S. Passera, dalla tenuta dei conti Leopardi o Casetta Antici Mattei e dalla Chiesa di S. Chiara sul pendio del Capitolo di S. Pietro di Primavalle, un’altra incognita nella cartografia di Francesco Cantini nei dintorni sul bacino fluviale. Rifondatore della chiesa francescana di S. Maria del Riposo a Trastevere era stato Massimo Massimi (Roisecco 1750), quando il 25 giugno 1605, svoltasi l’elezione al soglio pontificio di Camillo Borghese, che il 16 maggio aveva assunto il nome di Paolo V, avrebbe richiesto a Caravaggio un’altra pala delle stesse proporzioni della tela eseguita per la festività dell’‘Incoronazione di Cristo’. Era stato Giovanni Baglione a dire che per volontà del pontefice a Trastevere “...molte delizie d’orti si facessero” con le venticinque miglia di acquedotto. Potrebbe sembrare fin troppo ovvio che nella Flagellazione (Capodimonte, Napoli) Cristo sia incoronato di spine e che allo stesso tempo al Convento di S. Maria della Scala fosse stata destinata una tela nel suo umanesimo prospettico apparsa smisurata per la chiesa, se non fosse che un dipinto con intento celebrativo alla stessa scala di grandezza della Flagellazione come la Madonna dei Palafrenieri o del Serpe era stata dedicata dalla Venerabile Arciconfraternita dei Palafrenieri di S. Anna in Via di S. Girolamo della Carità, unica nel rione Regola ai Catinari, confortata da una serie documentale stringente nei mesi che seguiranno, al punto tale che la grande pala confiscata sembrerà viaggiare da un altare all’altro della Confraternita romana. Subissata dalla ferrovia di Pio IX, l’intravista passeggiata del Casino che affiora dal terreno nelle fotografie di fine secolo, sarà nascosta ai moderni ponti sul Tevere e alle pagine dedicate alle Roman Villas da Edith Warthon nel 1904, che in proprietà Sacchetti accennerà brevemente ad un solo villino alle pendici di Monte Mario. Nel Catasto Alessandrino questa zona era a sua volta denominata Pigneto Sacchetti, ma caratterizzata da edifici diversi nelle vicinanze delle Tenute del Banco di S. Spirito del Capitolo di S. Pietro, dov’era anche un Casale Pucci, che confermerebbe ben più di mezzo secolo prima tra i beneficiari di S. Pietro trinitari un Pandolfo Pucci di Recanati. Il casino Chigi al pineto nell’odierna Via della Pineta Sacchetti all’altro capo dell’estesa tenuta oltre le Mura Leonine, sul rettifilo degli sventramenti del quartiere Prati, si mostra dipinto in scorcio anche da Giuseppe Passeri (fg1a) (Lampronti 2016) com’era, un’antica Loggia dovuta a Baldassarre Peruzzi e sopraelevata dai Sacchetti (fg1c). Una curiosità panoramica il fatto che Sicile Artaud verso il 1835 avvistasse dal Pincio la casa Chigi, orientato in linea d’aria oltre le Fornaci alle cave di Monte Mario, che godeva della vista dei monti romani e della Basilica di S. Pietro e lo incidesse nella sua Italie (pl.67, fg 1b) con il metodo dell’ottica di collimazione, con cui si producevano gli effetti del diorama di Daguerre, come la riscoperta casa rifugio di Raffaello, la dimora della Fornarina, luogo  del sodalizio artistico tra Polidoro Caldara da Caravaggio e Maturino da Firenze, estremo faro dell’argileto trasteverino nel circondario vaticano e della tenuta di Agostino Chigi alle pendici del Gianicolo. Il favoleggiato connubio della Stanza di Costantino, avvenuto durante la realizzazione delle storie a grisailles nelle specchiature degli zoccoli, parte realizzate a tarsìe policrome da Ugo da Carpi (Baglione, 1642) e ridipinte da Sebastiano del Piombo dopo il Sacco di Roma del 1527, era davvero stato stretto sull’altro versante del Monte S. Spirito e a Villa Madama, cui Maturino avrà dedicato la propria opera di stuccatore e scalpellino. Elevata da Giulio Romano sul sacello sibillino di Numa Pompilio di Porta S. Pancrazio fuori Porta Settimiana, era contraddistinta da una loggia a serliana la Villa del cardinale Baldassarre Turini da Pescia al Gianicolo, Villa Lante. Nella casa romana venne ornata a stucchi la botte del calcidico, che nella Loggia di Davide di Palazzo Tè era impostata su piedritti a quattro fusti. Perlustrata da Raffaello la Domus Aurea, da Giulio Romano erano stati raggiunti i delicati stucchi della volta di Ganimede della Basilica sotterranea a Porta Maggiore, visitata da Vincenzo Tamagni, che si era a sua volta avvalso della proiezione incisoria di Ugo da Carpi per le sue miniature.

Figura2abFigura 2 a, b

Sfidato dalle Prospettive di Baldassarre Peruzzi, Sebastiano del Piombo aveva dipinto a chiaroscuro in una lunetta dello statuario tromp-l’oeil nella Sala di Galatea di Villa Farnesina la testa del Colosso vestigia di Mèmnone (fg2a), solare idolo letterario e reperto archeologico, neroniano o alessandrino (fg2c, Testa di Costantino, Musei Capitolini), rinvenuto ai piedi della Domus Aurea e che i soldati del Sacco avranno abbandonato ai piedi della torre del Campidoglio, dove lo dipingerà nella veduta in antico del Colle Capitolino (fg2c, Foto Brogi, ICCD) anche Giorgio Vasari nel fregio della Sala dei Sette Colli di Villa Giulia.

Figura2cFigura 2 c

Una proiezione calcografica, simulatoria al punto del Colosso da farla dire un Davide michelangiolesco, in realtà nel firmamento degli archeologi Sebastiano aveva aulicamente ritratto a volo d’uccello nell’auriga la malinconia di Raffaello (fg2a, b), al fianco di Sodoma nella Scuola d’Atene. Una fiaba dell’antica Menfi, cara a Cassiano Dal Pozzo, che si snodava fino all’itinerario, paradisiaco in autunno, del Museo archeologico nazionale di Palestrina e Santuario della Fortuna Primigenia, che espone integrato il Mosaico del Nilo, conservato dal cardinale Francesco Barberini sul luogo del ritrovamento, a secretiis del cardinale Federico Cesi d’Acquasparta e di Giuseppe Maria Suarez y Deza, vescovo di Vaison, con l’Apoteosi e sepoltura di Romolo (Fg3).

Figura3Figura 3

Suaresio darà una dotta esposizione del culto egizio dei morti evocato dalla scena nilotica absidale, che alla sommità del virtuoso paradiso terrestre, bestiario ed erbario oceanico, immagina arcieri di colore a cacciare tra le oche il fenicottero, sembrando sentire gli uccelli fischiare sopra la sfinge ed i tempi della calotta dalle minutissime tessere, che nel museo è esposta tra le meridiane occorse per realizzarla. Era un’aurora ad essere evocata nella topografia archeologica spinta ai confini dell’Impero romano dalle Metamorfosi in uccelli dipinte con la fenomenologia dei volatili pliniani nelle lunette di Villa Farnesina da Sebastiano del Piombo. Non è impossibile che fosse stato Joannes Eck a studiarne nel paesaggio di Psiche il Musaeum deauratum  e il De Fructibus. Non il primo ad aver colto nel Mosaico nilotico un riposo sotto un pergolato è il Bacco di Caravaggio agli Uffizi, nel thiasos dell’eroe l’epica delle origini troiane di Roma narrata in ogni villa romana. Tra tutte le fiabe archeologiche attraverso la pittura dei contemporanei gode del privilegio tipografico di una data la Memoria romana di Gaspare Celio, edita nel 1638, che Scipione Bonino affermava avesse redatto nel 1620 e che, a S. Rocco la nazione lombarda della Compagnia di S. Martino (Le cose maravigliose dell’alma città di Roma, Venezia, erede di Girolamo Franzini, 1600), testimoniava con familiarità alla chiesa di S. Agostino la sua opera: “...la Madonna di Loreta pittura d’altare ad olio di Michelangele da Caravagio”, com’è noto preceduto nel 1603 da Karel van Mander e quindi da Giulio Mancini, al tempo in cui dipingeva al Palazzo Mattei con Taddeo Zuccari. Prospero Parisi l’Antico ne sarebbe stato il maestro Valentino che gli fece dar via alcune ‘capocce’ alle Terme Alessandrine. Sulla sponda opposta del Tevere, il Palazzo dei ‘Pupazzi’ o banco Crivelli del Magistrato delle acque mostrava, negli specchi a rilievo della facciata di Giulio Mazzoni, tra le anastilosi dei fasti, dei putti e festoni e gli antropomorfismi dei fiumi forensi, la Proscinesi o ‘Bacio della pantofola’ di Carlo V. All’interno verso il cortile una parete affrescata con scene marine, a dire di Giovanni Baglione però opera di Francesco Nappi, tra i quali rappresenta tuttora una nota di puro realismo la ‘Fiaba del crivello’, il setaccio aureo di un secondo ambiente negli episodi popolari del vaniloquio alchemico e del ritiro delle truppe del Sacco che avevano accerchiato la città leonina. Più che il sapore di un museo naturale di Ludovico e del canonico Manfredo Settala, fisica di laboratorio ammirata anche da un grande viaggiatore come Richard Lassels, la Farfalla (Pinacoteca Ambrosiana, Milano) vive di flagranza nel professare piuttosto nell’‘Hoc fecerunt papienses avaritia victi’ un Flos florum di Pandolfo Pucci di Recanati, detto da Caravaggio con una mordace pasquinata ‘Monsignor Insalata’, una storia che fece non di figure, per parafrasare le parole di Giulio Mancini, dipinto sulla romana Via del Pidocchio, invece che a S. Lorenzo in Damaso. C’è altrimenti nel Seppellimento di S. Lucia un Senatore che piange al capezzale della martire, una mortificazione che avrebbe avuto la prudenza di Salvatore Settala nella storia lombarda del senatore piangente e che ne sarebbe insorto altrettanto di commozione. 

Si apre a Roma a Palazzo Barberini in questi giorni la mostra dedicata al pittore milanese Giuseppe Arcimboldo, che dei ritratti tra anamorfosi di Giovanni da Udine nel Trionfo di Cupido di Villa Farnesina aveva fatto una professione di scienza. Non senza che vi avesse avuto un ruolo diplomatico John Bergrave, il Casino di York sotto l’egida del cardinale Sacchetti con la sua preziosa collezione di statue, sorto nel parco tra le vigne fuori Porta Angelica sulla via Portuense, che si spingerà da Ponte Galeria fino al Porto di Traiano, era accessibile dalla diramazione della tortuosa via Aurelia nella tenuta a nord-ovest di Roma, ai confini di Primavalle. Si staglia nell’odierno quartiere a Forte Bravetta, nel possedimento, alla fine del Cinquecento, dei Massimo, senza seguire idealmente il tratto dell’acquedotto del pontefice Paolo V, altra moderna ingegneria affiorata in superficie tra i pini nel parco del Casale di Pio V. Non più di casa gli inglesi, la villa regale di Maria Beatrice d’Este, affrescata sullo scorcio del Settecento, era già una rovina tra i ruderi quando sarà stata incisa da Alessandro Specchi (fg 1f, g) nell’aspetto originario dipinto da Gaspar van Wittel e da Luigi Vanvitelli. Che il Casino del Pigneto, confinante con la tenuta di Maccarese dei Mattei, la villa pliniana di castello visitata da Ottaviano Rabasco nel Convito, dedicato al vescovo di Ostia Carlo dei Medici nel 1615, fosse anche arredato con un quadro di San Giovanni Battista, rasenta il viaggio sentimentale di oggetti d’arte. Sul filo narrativo delle guerre civili europee fino all’entrata a Roma delle artiglierie francesi erano stati esportati di pari passo con la spoliazione di ville romane e lo spoglio di archivi delle corti familiari gli arredi dei tre pittoreschi casini toscani mappati, finora inidentificati sull’esteso territorio fuori le mura, oltre i giardini Vaticani, “in agro Aurelii primiani.” Vi soggiorneranno gli ambasciatori della detronizzata regina Maria Beatrice di Modena, conoscendovi Carlo Maratta, saziando con le sue innumerevoli attrazioni, sculture e giochi d’acqua la meraviglia dei lords, da gabinetto scientifico la curiosità di un atlante zoologico dei Mappamondi del cardinale Sacchetti (Palazzo Sacchetti a via Giulia). Caduto in potere nel vasto Capitolo di S. Pietro della marchesa Girolama Ruspoli nel 1710 (ASS) dagli eredi del Duca di York, nel 1731 Francesco Bichi, conservatore di Roma, avrà fatto dono al Museo Capitolino della scultorea Testa di Medusa, che solleticherà il romanticismo di Sir Joshua Reynolds, degli Hamilton, l’immaginazione dei Nazareni, finché il portale ed il trionfale fontanile all’entrata del palazzo in prossimità della Via Aurelia saranno un fantasmatico ingresso monumentale all’eclettico Collegio del Buon Pastore sulla strada delle Guardie Silvestri della Repubblica romana, il complesso monumentale del parco pubblico di Forte Bravetta ancora una volta ai giorni nostri sventrato. Il Principe Reggente d’Inghilterra nel 1816 elargirà un’ingente somma di denaro per far erigere ad Antonio Canova il monumento funebre in Vaticano del cardinale Carlo Stuart Duca di York. Nondimeno sconfinato nel corso del Settecento il dominio della villa fuori Porta del Popolo del Principe Benedetto Giustiniani dal Portale di Mario Arconio sul fiume Tevere a Monte Mario, da Villa Madama alla Villa di Livia. Il Pantano di S. Pancrazio alla fine del Settecento spetterà all’ordine conventuale ambrosiano di diritto pontificio e nelle Memorie dell’annona del 1803 ne sarà tenutario il Principe Giustiniani, fra le altre proprietà subentrato nella rendita di Bravetta, Opera Pia del Capitolo di S. Pancrazio. Al Marchese Sacchetti resterà il Pigneto  di Porta Cavalleggeri, che ne conserva il toponimo finora. E’ un’altra fiaba che vi fosse entrata a far parte della raccolta Torlonia una copia della Venere accovacciata Farnese narrata, reimmaginata e dipinta dai visitatori, al lume di candela dall’olandese Godfried Schalcken, per la sua ricercatezza archeologica e lo studio del ritratto a grottesca o candlelight affermato come tardo seguace caravaggesco. E che Guido Reni avesse dipinto al giovanissimo Duca di York l’Arianna (4b) (Pinacoteca Nazionale, Bologna, deposito), integrata nello sfondo, depositata presso il consigliere Michel Particelli d’Hemery appartenuta alla regina di Modena (Malvasia 1678) restituita alla città di Bologna da Sir Denis Mahon, in mostra fino al 7 gennaio 2018 accanto al Nesso e Deianira (fg4c) (Louvre, Parigi), apice del recupero archeologico reniano dal gruppo di ‘Proteo ed Elena’ della Palinodia (fg4a) (Musei Vaticani). 

 Figura4Figura 4 a,b,c

  Il confronto di indagini multispettrali che verte, tra l’altro, sul S. Giovannino della Galleria Doria Pamphilj tralascia nel volume Caravaggio nel patrimonio del Fondo Edifici di culto [FEC]/Il doppio e la copia, in rapporto a materiale diagnostico trattato analiticamente nel secolo scorso (1998), la copia del dipinto annoverata nella stessa galleria Doria dall’originale conservatovi da antica data, che era stata segnalata da Fritz Baumgart in collezione Furstenberg nel 1940, inopinata sotto questo aspetto la decisione di Roberto Longhi (1943) nel paragone di stile della copia, realizzata da Justus Sustermans nel Palazzo Pamphilj di Piazza Navona agli eredi Pamphilj e, con l’originale, transitata in questa collezione. Il Doria Pamphilj, nella prosa di Friedrich von Ramdohr, pubblicato nel 1952 anche da Lionello Venturi (Foto Danesi, Marini 2005) agli esordi delle indagini di imaging multispettrale, non si discostava dagli altri dipinti nel fare pittorico, come generalmente avrebbe affermato Carlo Cesare Malvasia di Caravaggio, che definiva così “...grazioso poco nei contorni.” Un fare in dettaglio reso evidente dalle tecniche meno invasive e, in particolare per questo S. Giovannino, dalla macrofotografia della zona del braccio che ha sfamato l’agnello, riprodotta nel volume appena uscito, uno studio propositivo, allo stesso tempo seriale e selettivo, degli approfondimenti diagnostici nei processi di scanning multimediale. A Milano, in a spot, un’altra iniziativa dal titolo Dentro Caravaggio, non senza il background dell’evento di Palazzo Barberini dell’estate scorsa, in cui l’approccio catalografico alla diagnostica, esemplato metodologicamente, non è scevro da un’originaria sommarietà di archiviazione nelle tecniche di riconoscimento documentale dei processi chimici tetravalenti delle lastre o del litargirio e delle stampe fotografiche in bianco e nero da fotocolor. Oppure, d’altra parte, delle risultanze impressive incisorie sulla tela, comuni agli originali ed alle copie, poiché di queste ultime, soprattutto, viene a mancare una scala di riconoscimento diagrammatica o parametrica, risentendo nel complesso nel lessico di un essential removal all the old plaster dell’indagine stratigrafica a confronto con gli standard evolutivi nella produzione di alleggerimento laser degli ultimi decenni, a latere del dibattito sulla patina meteorica. Uno spigoloso Juan Bautista Maino (fg6a, Kunstmuseum, Basilea, Gedeon Meyer 1874, Bohny 1864) e un esordio romano per Anthony van Dyck (fg6b, Houston Baptist University, Houston), il San Giovanni Battista che, a terra il vessillo crociato (Ecce Agnus Dei), con la mano sinistra solleva la zampetta dell’agnello sembrano dire che il cardinale Scipione Caffarelli Borghese esponesse nel 1613 il San Giovanni Battista seduto su una roccia (Francucci, 1613) e che diversamente non fosse esposto neanche uno dei due S. Giovannino uguali, indipendentemente dal fatto che non dovessero essere copiati per non sminuirne singolarità e valore, se non per la particolarità del Battista di poggiarvisi, respinto a musate dall’agnello, sull’unico albero che prende luce nella deserta palude: una composizione differente dal pastore Frisso, che è in arcione su scenari acquatici e dal friso Paride seduto a un tavolo sotto un balcone, nel Suonatore di liuto, “...onde in più fresca età l’età vincete” nelle proverbiali rime di Marzio Milesi, la Parabola del frutto maturo (Vangelo di Matteo, 11:16), ineguagliabile anche da Gaspare Celio e da Carlo Magnone, allievo di Giuseppe Cesari d’Arpino, che alle qualità canore del giovane paragonerà l’usignolo in gabbia. Il suo doppio nel sottile argomento del giardino dei semplici il Concerto (fg5a, Met, New York), in cui le grandezze in rapporto al formato della tela sono sempre anatomiche e sul quale si sarebbe formato a Roma il cromatismo del Battista della Cattedrale di Toledo (fg5b). 

Figura5Figura 5 a,b  Un “San Giovanni giovinetto à sedere al deserto, che addita Christo” della Nota delli musei sarebbe proprio un Ribera (fg6c, Prado, Madrid, 182x150) del cardinale Giacomo Nini (1664), cameriere del pontefice, che con la destra porge l’erba all’agnello e col braccio sinistro alzato si tiene alla croce, annotato a Caravaggio nell’inventario (1681). Poichè realmente molto grande, proveniente dalla raccolta Pio del 1641, contende all’altro pure appartenuto al cardinale Nini (1681), sopra uno specchio d’acqua, in cui, metonimia inventariale, è l’agnello a bere (fg6e, Madrid, Prado, 147x109; fg6d, Galleria Sabauda, Torino 77x55), il primato della Nota irriducibile a nient’altri che Caravaggio di un altro Pierre Valentino, Mignard. Una terza tela pubblicata (Collezione privata, Roma), comparsa nel 1951, per la sua aderenza al soggetto elencato in questa raccolta, è stata vincolata nel 2012. Può sembrare semplicistico sorvolare una tale considerazione dei propri pezzi, anche se non unici, da parte dei galleristi, nessuno dei quali avrebbe reputato indistruttibili le proprie tele ed i propri pittori in grado di rifarli, ma è più che raro che un dipinto, anche celeberrimo, abbia riportato il privilegio di un imprimatur tipografico, da renderlo addirittura abbagliante. I soggetti del Battista esclusivamente in mano a privati, se è vero che non furono tra i quadri sequestrati dal fiscale del pontefice by night nello studio di Giuseppe e di Bernardino Cesari, anche il fatto che al collezionista Ottavio Costa, ed a suoi eredi, del Mattei non fosse rimasta che una versione Del Monte nemmeno sarebbe smentito dalle vicende inventariali delle auctions attraverso i due secoli scorsi del San Giovanni Battista di Kansas City (Nelson Atkins Museum, 1952), acquistato da Lord James Aston nella prima metà del Settecento e considerato da Roberto Longhi (1928, 1943) più di un secolo dopo.

Figura6abcFigura 6 a,b,c,d,e

Figura6de

 Negli anni che seguirono il parziale rimpatrio dei dipinti esportati con il Trattato di Tolentino, era stato stimato da Tommaso Conca l’esemplare a Napoli, acquistato in età previttoriana alla Reggia di Capodimonte e non ci sarebbe bisogno di aggiungere che a valutarlo fosse il pittore che aveva dipinto in Vaticano la sua Sistina nel Vestibolo di Apollo e Marsia. L’episodio biografico che fosse Lionello Spada a posare di spalle nella Vocazione di Matteo della Cappella Contarelli (fg7d, particolare) e a Napoli per San Giovanni Battista (fg7g, particolare), non è soltanto nei passi autobiografici di Carlo Cesare Malvasia, lui stesso a scuola dai pittori caracceschi, ma trova una continuità storiografica in Giovanni Rosini, che ne parlerà a sua volta quasi due secoli più avanti in uno spettro di consapevolezza risorgimentale. Era sopra i trent’anni d’età il modello somigliante tanto al soggetto giovinetto del Battista Borghese, quanto, coincidenza storicamente singolare, al capo decollato del Santo della Salomé (fg7f, particolare) di Londra, che, confrontato all’incisione (fg7e, Angelo Rossena, Angelo Emilio Lapi), tratta dall’autoritratto di Spada agli Uffizi, ha riproposto evidenza all’esecuzione nel 1610 dei due S. Giovanni Battista e restituito identità obbiettive ai biografi, a loro volta maturi accademici. Posò Mario Minniti, ritratto nell’incisione (fg7a) delle Memorie di Giuseppe Grosso Cacopardo (Giuseppe Pappalardo, 1822), per il giovane seduto di fronte, anche se l’autoritratto allo specchio di Mario non è stato trovato nel Mondafrutto (fg7b, Fondazione Longhi, Firenze), lui stesso aveva posato nel Seppellimento di S. Lucia per il tribuno Valerio e lo Spada nel funaro chino a sinistra. Lionello Spada, che a Malta dipinse ad affresco (Antonio di Paolo Masini 1666) eseguirà la Maddalena al Sepolcro della Cappella della nazione italiana della Cattedrale di S. Giovanni a La Valletta, che Agostino Scilla non mancherà di vedere. Sempre Grosso Cacopardo aveva parlato di Alonzo Rodriguez a Roma, forse nel funaro che lega S. Sebastiano (Musée des Beaux Arts, Rouen) martirizzato alla cloaca del Circo Flaminio di S. Maria del Pianto. Francesco Susinno aveva attestato a Roma Antonio Catalani l’Antico, detto il Romano (Giulio Ferrario 1832), se può ancora essergli avvicinata la Madonna con il bambino alla finestra, un legato, un verdone ed un cestino di frutta (Galleria Borghese, Roma).

 

 

Figura7abcFigura 7 a,b,c,d,e,f,g

Figura7defg

La Giuditta e Oloferne della villa Costa verrà assegnata in divisione ereditaria agli eredi Quintili e Coppi dal Monte romano degli Operai della Divina Pietà nel 1846. Che avesse continuato ad adornare la chiesa di Albenga il San Giovanni Battista di Conscente (Museo Diocesano di Conscente), dal contemplativo S. Giovanni Battista Borghese, innescata la serie attributiva a Caravaggio che si mostrava comprenderlo non toglie che il Battista nel deserto fosse sempre stato destinato da Ottavio Costa alla diocesi ligure, dov’era nel 1624 - quando la S. Orsola Doria, presto una Maddalena, arriverà a Roma nella collezione di Giovan Carlo Doria - e fino alla sua morte nel 1639. Pubblicato nel 1951, come spostato dalla Galleria Spada alla Galleria Corsini (1784) il S. Giovanni Battista alla fonte (Galleria Nazionale d’arte antica, Roma), a mezza figura. Verrebbe da sottolineare con Scannelli (1657) la ricercatezza di Caravaggio: “...raro, ed eccellente nella maniera della particolare operazione”, riscoprendovi altrimenti dal suo testo nel fiabesco visibile del collezionismo Pamphilj che “...il fatto sta nei bambocci [n.d.r.: specchi, specchiature, metamorfosi]”, come lo scrittore avrebbe fatto dire a Giovanni da Udine a proposito dei suoi festoni a Villa Farnesina, ma in bocca a Pietro Aretino. Lo scambio tra loro di originali e copie un effetto della riproducibilità tecnica fotografica degli ultimi due secoli e del dinamismo della stampa quotidiana, come avvenuto alla Presa di Cristo di Dublino, quando nel 1993 solo la fotografia nota della copia del Museo di arte orientale e occidentale di Odessa era stata diffusa dai media, trascinando nella narrativa d’inchiesta la suspense di un’altra icona universale di un’idea da primato espositivo, come lo era almeno dal 1650 a Bruxelles nell’incisione di David Teniers la copia di Bartolomeo Manfredi (NMWA, Tokyo; Dorotheum 2001), il cui tragitto nelle auctions di due secoli viene ora a confondersi, venduta a Parigi l’Estérhazy di Budapest, con la holding londinese e che Giovan Pietro Bellori delineerà nella massiva composizione dal quadro originale a Palazzo Mattei, da accademico eccelso nel teatro pittorico più ambito da Giovanni Primazio, appena ripubblicato dal tempo di Gaspare Celio nella Nota delli musei. “...La Presa del Salvatore nell’Orto del Caravaggio” (Uffizi, Firenze) sarà stata visitata nel palazzo romano ancora da Ridolfino Venuti (1766 ed. postuma, 1767), quando “...Sangiovanbatista ignudo, e inginocchioni, del Caravaggio” si trovava in Campidoglio. L’inglese Richard Lassels, ma Giovanni Targioni Tozzetti lo avrà definito francese, aveva trovato fenomenale nel Voyage of Italy il “San Giovanni Battista” nella Villa di Poggio Imperiale, casa di piacere della Granduchessa a Firenze, mentre Francesco Scannelli darà alle stampe nel Microcosmo (1657), insieme al S. Giovanni Battista della Galleria Borghese, tutt’e due ricordati a Roma nel Palazzo di Fontanella Borghese, un primo S. Giovanni Battista Borghese a nudo integrale e cioè: “...simile a tutti d’ogni parte d’apparente verità”. Al cardinale Pio di Ferrara, veniva registrato nelle stesse pagine, edite da Scannelli un anno prima della nascita di Maria Beatrice d’Este, nel palazzo romano Pio che era stato Orsini, a Campo dei Fiori, sottolineandone con altre parole la sua totale nudità: “...in particolare una figura di S. Gio.[vanni] Battista ignudo, che non potria dimostrare più vera carne quando fosse vivo, sicome l’Amoretto ...”, che insinuavano apertamente come non fosse lo stesso dipinto in possesso dei Borghese, sebbene ugualmente tutto nudo, irrilevante che con “...un altro quadro con l’immagine di S. Giovanni Batt.a nel diserto fatto dall’istesso Caravaggio” nel 1639, in possesso di Ottavio Costa nel suo palazzo romano di Borgo S. Spirito, ve ne fosse un altro, detto dall’inventario ‘...con S. Gio. Battista’, rimasto agli eredi almeno nel decennio successivo, se anche oggi è ineffabile che il quadro Costa fosse realmente il Narciso Corsini (fg12d, Gallerie nazionali d’arte antica, Roma, Foto Alinari, ICCD). Scannelli preciserà in quali musei romani di Battista ‘nel deserto’ di Caravaggio se ne trovasse se non altro uno dalle collezioni Mattei quindi Del Monte, ma di una metonimica “Testa di S. Giovan Battista del Caravaggio” a Palazzo Carmignano a Napoli, nel quarto decennio del Seicento, sarà stata la strenua prosa di Giulio Cesare Capaccio a parlare. La notizia di Filippo Baldinucci (ed. 1812) che al pittore “andò fallito il disegno” di inviare al Gran Maestro di Malta una mezza figura d’una Erodiade colla testa del Precursore, studiando d’interpretare i suoi “capricci”, tra i quali l’Amorino (Uffizi, Firenze), dimostrava di conoscere Lassels, anche se la traduzione in francese del testo alla sua seconda edizione parigina vedrà corretto il quadro di Poggio Imperiale come “...un Saint Jean Baptiste de la main de Corragio”, reimmaginandovi l’editore il S. Giovanni Battista nel deserto uno specchiato Allori, probabilmente Cristofano dal S. Giovanni Battista Borghese su una roccia. Non sarà stato soltanto il Grand Tour di François Maximilien Misson ad osservare nella Villa Pamphilj le statue impiastrate di gesso per compiacere l’austerità dei padri gesuiti, se un altro pudore aveva coperto ugualmente di taffetà lo scandalo della crudezza e bravura indimenticabili della Presa di Cristo Mattei e dell’Amore Giustiniani. Seguendo Giovanni Baglione, Baldinucci non parlerà della Presa di Cristo Mattei e ne discenderebbe, volendo, tutt’altro che assodata una sfrenata curiosità per il S. Giovanni Battista di Caravaggio a Poggio Imperiale, anche in proposito tacendo da appassionato avvocato. Dove più attento a svelare tecnicamente i segreti dei suoi copisti, Baldinucci aveva finito per affermare autentica la centralità della vecchia Erodiade, che Giovan Pietro Bellori focalizzava insieme al Battista. Nella Nota delli musei del 1664, Petit Tour romano, non saranno specificati i quadri di Michelangelo da Caravaggio inventariati nella Villa del Bel Respiro dei Pamphilj e nel loro Palazzo a Piazza Navona, ma vi si trovava sempre, nel palazzo del cardinale ferrarese Carlo Emanuele Pio di Savoia a Campo dei Fiori, familiarmente elencato, il “San Giovanni giovinetto scherza con l’agnello di Michele da Caravaggio” (Musei Capitolini) e di questa appartenenza, edito postumo a Parigi il Voyage di Lassels (1670, imprimatur 1681 della traduzione francese), avrà dato notizia Bellori. Un primato autobiografico gli scritti di viaggio di Lassels circolati tra i suoi pupilli prima ancora che avesse pensato di darne alle stampe l’idea, secondo la quale doveva trovarsi a Villa di Poggio Imperiale a Firenze il San Giovanni fissato da tempo laconicamente nelle sue pagine inedite, ma è ancora la Felsina pittrice a svelare che alcuni quadri del principe e cardinale Giovan Carlo dei Medici fossero: “...oggi frà l’altre pitture sì rare de’ Signori Falconieri.” Nel secolo seguente non è che una fiaba della romana Descrizione topografica di Venuti il quadro del cardinale Domenico Orsini nel Palazzo già Savelli al Teatro di Marcello “...d’Alessandro Magno con diverse figurine” dalla collezione di Cristina di Svezia, un “Festino d’Assuero” nella Pinacotheca di Michele Silos, e la Parabola degli eletti riverberata al lume di candela (fg 8a, Orsini von Rosenberg; Gerrit van Honthorst attr., Cena con sponsali, Uffizi, Firenze).

Figura8ab

Figura 8 a,b

Questo dipinto, in cui uno dei personaggi femminili è somigliante a Maria Margherita Farnese duchessa Gonzaga, ritratta anche da Frans Pourbus, è ritenuto talvolta la ‘Cena di buffonerie’  di Gerrit van Honthorst, la parabola del Figlio Prodigo, che era negli inventari seicenteschi di Poggio Imperiale con un numero di commensali annotati corrispondente.

Più che mai biblica l’anonimìa di Salomé (fg9, National Gallery, Londra) trovata nel puzzle romano dallo stesso Ridolfino nella scena al nero e, accesa di olio e carbone “senza alcun lume”, per usare le parole di Baldinucci, in uno dei “...due quadri con diverse mezze figure ed una vecchia” avuti nel palazzo di Via Giulia dal cardinale Lelio e Orazio Falconieri. La testa del Battista percolata, offerta da Salomé a Erodiade, afferrata da Erode “sopra un bacile da carnefice”, entrerà a far parte della Galleria di Vienna del Principe Wenceslao di Liechtenstein (Vincenzo Fanti, 1767).  

Figura9Figura 9

Un giovane inesorabilmente bruno Giulio Strozzi (fg10a, Uffizi, Firenze) nel ritratto di Fillide della Buona Ventura ((fg10b, Musei Capitolini, Roma), che, se avuto dallo stesso commediografo alla morte di Fillide Melandroni, andrà al cardinale Francesco Maria Del Monte. Una realissima parabola del Figlio Prodigo con i Bari (fg10c, Kimbell Art Museum, Fort Worth), che vi vedeva il signore Fabrizio Sforza Colonna impersonare il giovane impresario, come ogni nobiluomo incline agli affari intento ad ingannare il tempo con il suo avvocato Prospero Farinacci (fgc, d, San Silvestro al Quirinale). Sarà Giulio Mancini a dirne che  sarebbe stato eseguito al giovane Barberini e che una Buona ventura (Parigi, Louvre) fosse stata acquistata nel 1608 da Alessandro Vittrice.

Figura10abcdFigura 10 a,b,c,d

 Di una sbiadita regina Semiramide narrava la tormentosa ecfrasi del quadretto ‘Hic Est Ancilla Ostiaria et nunc’, un velo impercettibile tra le dita di Saffira nella Negazione di Pietro dal Palazzo Pamphilj (fg11, Galleria nazionale d’arte antica di Palazzo Corsini, Roma, Foto Domenico Anderson, Fondo Ignazio Cugnoni, ICCD), di un realismo ovunque anamorfico, che alle sfumature della chimica del rame di Arcimboldo preferiva l’acqua e il piombo. Una sequenza armonica dovrebbe illustrare la consecutio temporum dei primi anni romani di quattro dipinti che hanno meritato la nomea di bambocciate, insieme ad una storica certificazione di autografia e ad una provenienza autorevole dalla collezione d’Este (fg12a, b, Galleria Estense, Modena) per esserne altrettanti protagonisti, che guardano esterrefatti.

Figura11Figura 11

Giulio Cesare Gigli aveva lasciato immaginare che Caravaggio avesse appreso a scuola da Simone Peterzano a ricomporre ‘capocce’, cioé immaginette anche riffratte nel prisma di Giuseppe Arcimboldo e che a Paolo Morigia fosse stato dipinta la Fiscella caravangiensis del Museo borromaico, protagonista un cesto di frutta sul davanzale. Al chiuso di una camera, era il quadretto con una Farfalla (Pinacoteca Ambrosiana, Milano), osservazione di una cavolaia, che, giacente nel 1607 nello studio D’Arpino, fu infine avuto da Federico Borromeo nella Pinacoteca Ambrosiana al posto dello sperato Fruttarolo (fg7c, Galleria Borghese, Roma), forse un’immagine di Pietro Aldobrandini, nel cantiere di Tommaso Laureti, dove il pittore doveva conoscere Alonzo Rodriguez.

Figura12abcdeFigura 12 a,b,c,d,e  

Una fiaba struggente di una vita non vissuta la Salomé che ha danzato in una serie dei ‘Cinque Sensi’ (fg12a, b, c, d, e) e si vuole ultimata da Bartolomeo Manfredi e Nicolas Tournier, una vicenda evangelica che ha instillato un presente storico italiano fitto di cippi dei boia romani, dall’antica via Florea al golem del colosso di Palazzo Spada a Roma fino alle esecuzioni capitali del delitto Cenci. Ovunque commessi e quale gusto del macabro serpeggiasse nei coinvolgimenti anche personali nella società in rivolta, Erode era il penitenziere della Salomé (fg9, National Gallery, Londra), che acuiva la sua tecnica alla scienza di Giambattista Della Porta, a sua volta ritratto nella Madonna del Rosario con i più celebri fisionomisti ed iconologi del tempo. Era letterariamente taciuta da Giovan Pietro Bellori la fortuna commerciale dei quadri venduti quando Caravaggio cominciava ad ingagliardire gli scuri, ancora un’originalità tecnica senza la quale sarebbe rimasto sottinteso ogni suo personale dissenso verso il Camerino Del Monte, che tutti gli storici successivi del Casino dell’Aurora vi avranno data concordemente dimostrata da Guercino in ciascun ambiente. Era un Martirio di S. Orsola a sé stante nella corrispondenza da Napoli di Lanfranco Massa il quadro rovinato prima ancora di essere spedito a Genova a Marcantonio Doria ed esposto al sole per l’eccesso di biacca scalfita. Nella tela indagata alla metà del secolo scorso della Maddalena Doria Pamphilj (fg12a), che nella serie stava per l’‘Udito’, veniva trovata un’obbiettiva incidenza degli stampi musivi adoperati nella zone dei tessuti, ovunque differentemente trattati. Nel frammento del ‘Tatto’ è dipinto il bicchiere tra le dita dell’‘archibugio’ degli spadaccini ‘Todeschi’ del corpo di guardia Gonzaga (fg12c, e, Galleria Estense, Modena), per i quali posarono i Cesari, il Cavalier D’Arpino ed il fratello Bernardino, l’‘Olfatto’, inventariati nel Palazzo Patrizi. Al banchetto di Erode del ‘Gusto’ nel disfare che sarà di Ribera, distolta dal piatto l’astrusità spettatrice della profezia del Battista (fg12d), anche a figura intera il deuteragonista incatenato di una Legenda Aurea sulle vibrazioni della lacrima di rocca in ensemble a cinque voci, lucidità storica istantanea di Salomè nei Vangeli, che ritraeva dappertutto l’eccitazione di una danza sul ghiaccio.

Figura13abcdeFigura 13 a (65x50), b (285x210), c (140x190) 

 

Essential Italy, Random House, 2017, 9a Fodor’s choice, see:

Cappella Contarelli a S. Luigi dei Francesi; in Focus, The Sixtine Ceiling, Cappella Sistina, per gli addetti ai lavori il misterioso refuso dell’archeologia di Michelangelo è svelato con l’errata corrige ai lettori più attenti: leggi Sixtus IV, instead Sixtus VI; Top attraction: Colosseo & Essential Eataly, prosasticamente rivolta ai buongustai dell’arte culinaria, che supera per ricercatezza la collana di viaggi Lonely Planet e perfino l’ingordo Cesto di frutta di Caravaggio, solleticando con gli immancabili carciofi alla giudìa, anche senza nulla da invidiare ai nostrani spot della Nutella, didattici sull’uso di olio di palma, il macabro spettro dell’antica regalità dell’Arenella dentro le quinte del Monte dei Cenci. Paragonata alla cruda patata, la mezza mela della Apple è il sempreverde della Pop Art. Per la cronaca, i bucatini all’amatriciana si mangiavano a Roma, come dimostra, a tavola con un bicchiere di vino ed una camicia di un bianco caravaggesco, il patròn di ‘Monsignor Insalata’ (alias Pandolfo Pucci di Recanati, beneficiato di S. Pietro) l’innominato ritratto nel ‘Gusto’, o mangiaspaghetti (fg12b, The Sense of Taste, Wadsworth Museum, Hartford), intraducibile il ludo mangereccio di Oloferne tra rocky-man, oste ubriacone e rocket-man (rucola), bombarda. Una visita a Villa Farnesina e alle anamorfosi di sempreverdi di Giovanni da Udine nel Trionfo di Cupido è indispensabile prima di assaggiare i saporiti capricci di Arcimboldo, mostra che aprirà a Roma, a Palazzo Barberini il 20 ottobre.

Caravaggio nel patrimonio del Fondo Edifici di culto (FEC). Il doppio e la copia (1987-2017), per i tipi di Gangemi, coglie, nello spessore datato di indagini stratigrafiche dei restauri del ‘S. Francesco in meditazione’, ancora un’altra interpretazione strumentale comparabile all’inverosimiglianza delle vicende collezionistiche caravaggesche, che mostra un’obbiettiva discrepanza tassonomica di lettura dei risultati e del loro stato di conservazione nella sequenza cronologica delle tecnologie applicate, poiché non vi è una scala diagrammatica di diagnostica delle copie: dalla mappatura del rame MA-XRF (dettagli in fase di distribuzione del mercurio) quando introdotta in Italia, all’invasività dei laser focali dove reticolata, all’alterazione delle lastre fotografiche pressate e perfino alle spanditure e sbavature di svernicianti, ovunque sintomatiche di un’essenzialità della fruizione dell’arte e di un’autentica, se non consistente d’altro che del lavoro di riproduzione compiuto sull’originale nel corso dei secoli, patina meteorica. Sebbene non limitato sistematicamente alle dinamiche territoriali proprie alla tutela del patrimonio del Fondo edifici di culto del Ministero dell’Interno, l’evento della scorsa estate dedicato a Palazzo Barberini al pertinente archivio romano, focalizzando il pregio di alcuni exempla caravaggeschi, ha circoscritto l’ambito delle copie, accorpandone allograficamente la sfera di provenienza.

Nesso e Dejanira di Guido Reni dal Museo del Louvre alla Pinacoteca di Bologna. Pinacoteca Nazionale di Bologna fino al 7 gennaio 2018. La tela, una Storia di Ercole, che era stata dipinta per i Gonzaga, viene prestata dal Louvre in occasione dello scambio con la Strage degli innocenti al Musée Condé di Chantilly per la mostra Poussin, Les Massacres des innocents, curata, tra gli altri, da Pierre Rosenberg.

Villa del Duca di York a Roma. La visita ora è apprezzabile in 3D da Google maps e dalle cartografie inserite nei metadata degli Archivi di Stato curati dal Progetto Imago del Catasto Gregoriano e Alessandrino. Chiusa al pubblico, potrà essere una visita del Museo archeologico nazionale di Palestrina e Santuario della Fortuna Primigenia nel Palazzo Barberini a darne uno spaccato romano di museo fuori grotta.

Arcimboldo a Roma. Settanta opere di Giuseppe Arcimboldo alle Gallerie nazionali d’arte antica di Palazzo Barberini a Roma fino all’11 febbraio 2018, cover ‘Barberini Gallerie Corsini Nazionali’. Non mancheranno in carrellata le serie famose dei Ritratti e dei Mestieri anamorfici, che La Praga magica di Arcimboldo a Milano nel 2011 aveva pioneristicamente riaperto sulle pagine più incantevoli di Angelo Maria Ripellino (1972).

Dentro Caravaggio. Una mostra a Milano a Palazzo Reale fino al 28 gennaio 2018, che coraggiosamente si propone di affrontare gli anni che sono quasi i soli dipinti a documentare e, tecnologicamente, la vexata preparazione bruno-rossastra a vista e a biacca sempre riscontrata dalle indagini analitiche nel colore a tappeto dei processi di ossidazione.

Technology for All apre alla Villa dei Quintili il 17 ottobre con il Workshop che vedrà alla prova il nuovo calibro di tecnologie portatili di scansione messe a punto dall’Enea di Frascati. I sistemi prototipali di analisi della fluorescenza e dei processi di ossidazione e di accumulo di pigmenti sono mirati ad un tracciato dei restauri, operativi da remoto anche in una rete di sensori dedicati alle smart city storiche.

 

Letto 561 volte Ultima modifica il Giovedì, 26 Ottobre 2017 13:14
Altro in questa categoria: « Lezioni non apprese
http://www.digitalmeetsculture.net

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo