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Venerdì, 06 Maggio 2016 10:57

Dalla scomposizione della realtà alla memoria digitale preventiva

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Tempio di Bel, Palmira Tempio di Bel, Palmira Wikicommons

Scomporre la realtà negli elementi finiti, una procedura ingegneristica classica che trova fondamenti anche nella filosofia atomistica democritea, è la base intrinseca della realizzazione preventiva di una memoria digitale della realtà. La filosofia democritea teorizzava che l’essenza della realtà fondamentale delle cose, era costituita da corpuscoli infiniti di numero e da uno spazio vuoto infinito per grandezza.

La scomposizione della realtà in sistemi discreti formati da un insieme di punti è la base degli attuali metodi di rilievo basati su tecnologie avanzate.
Molte tra queste sono basate su principi fotogrammetrici di rilievo detto “indiretto” in quanto le coordinate dei punti rilevati si deducono dalle loro posizioni sulle immagini, altre invece sul rilievo, detto “diretto”, delle coordinate 3D dei punti collimati, quale quello effettuato dal laser scanner. Si può discutere comunque se quest’ultimo appartenga veramente ai sistemi di rilievo “indiretti”, in quanto le posizioni dei punti si deducono con successive trasformazioni da coordinate polari a cartesiane tramite angoli e distanze del punto rispetto allo strumento rilevatore.
La variabile fondamentale che assume rilevante importanza durante il processo di acquisizione è quella relativa alla densità dei punti da rilevare, la cui quantità, anche se elevata, è comunque finita. In una visione d’insieme le risoluzioni basse consentono viste quasi perfette dell’ambiente 3D ripreso, ma poi, se si ingrandisce la realtà memorizzata, questa si scompone in punti isolati in uno spazio indefinito.
La risoluzione dell’occhio umano però opera senza poter operare ingrandimenti. Infatti, per vedere una maggior definizione dell’oggetto, dobbiamo avvicinarci il più possibile e per vedere la materia oltre il limite della messa a fuoco del’occhio umano (pochi centimetri) dobbiamo usare degli elementi esterni, le lenti di ingrandimento.
In questo non differiamo molto dalle camere fotografiche in uso che si avvalgono di complessi sistemi di lenti negli obiettivi.

Un processo sempre più diffuso, ma poco normato e standardizzato, tanto che anche nelle sue denominazioni (image 3d based scanning, camera scanning, etc) trova difficoltà di riconoscimento univoco, è quello della generazione di nuvole di punti con immagini acquisite da camere dotate di buoni sensori.

L’azione di documentazione che si realizza in questo modo è sempre parte di una fase preliminare che servirà di supporto ad azioni e interventi successivi che potranno susseguirsi nel tempo. Questo processo è definibile come realizzazione di una memoria digitale preventiva, un qualcosa di molto simile alla conservazione preventiva, le cui basi, poste a metà del secolo scorso, sono ora inglobate in tutte le attività dedite alla conservazione del patrimonio culturale.

La perdita e la distruzione del patrimonio, sia per opera dell’uomo sia per opera di elementi naturali, ci ricorda quanto sia importante avere archivi, consultabili con facilità, da cui possano prendersi informazioni importanti che ben descrivano come era l’oggetto.
La fusione dei processi di consolidate tecniche di ripresa fotogrammetrica, con metodi fotografici ad alta definizione, consente oggi di realizzare archivi digitali della memoria anche con la sola memorizzazione di dati grezzi, o non elaborati, ma in seguito utilizzabili secondo necessità. Come ad esempio per andare verso ipotesi ricostruttive di una realtà precedente o per la pre-visione di una realtà futura, come quella del restauro virtuale, aumentando le informazioni attuali o del passato, con altre ipotizzabili o successivamente acquisite.

Attività di questo tipo sono attualmente in corso in tutto il mondo e, se sapremo gestire bene le modalità di archivio, avremo potuto dare una risposta alle distruzioni reali, nel pensare che almeno la memoria digitale non potrà essere distrutta, ovviamente se apertamente condivisa.

 

Editoriale pubblicato nel Numero 1 2016 di Archeomatica - Tecnologie per i Beni Culturali

Letto 1956 volte Ultima modifica il Venerdì, 06 Maggio 2016 11:12

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