E’ in corso fino al 19 giugno 2026, presso l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero della Cultura in Via di S. Michele 18, la mostra dal titolo: ‘Il vero documento’. La produzione del Gabinetto Fotografico Nazionale 1913-1938,
a cura di Benedetta Cestelli Guidi e Simona Turco, ma per gli aspetti squisitamente tecnologici anche a cura del ricercatore specializzato Stefano Valentini (fg.1 - G. Gargiolli, C. Carboni, Loggia del Palazzo dei Papi di Viterbo (1901-1902).
Allestita nella ex-cappella dell’Istituto di contenimento, non solo pediatrico, ma anche geriatrico e delle donne, più che i primi decenni del Novecento, la mostra illustra autenticamente e restituisce al complesso dell'archivio del GFN il periodo di produzione del Ventennio fascista.
Sono forse stati, infatti, gli ultimi dieci anni della selezione esposta di fotografie dell’attività del Gabinetto Fotografico Nazionale, quelli dal 1928 al 1938, a focalizzare maggiormente in Italia la scoperta da parte della critica della fotografia artistica come arte in se stessa, con la messa in luce nella coscienza storica dell'arte in Italia del ritratto fotografico e dello stato del fotogramma d'arte di copia perfetta dell’opera inquadrata. Gli storici sottolineeranno nel secolo scorso il ruolo avuto dalla fotografia, anche in Italia, nell’affermazione dei movimenti artistici più vivacemente antifigurativi della seconda metà dell'Ottocento.
In realtà, la documentazione delle opere d’arte, alleata della catalogazione su scala nazionale a partire dal 1878, aveva avuto fondate radici nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Localmente, nelle singole città, saranno state le Società formatesi per la salvaguardia monumentale a dare vita, in molte di loro, ai più importanti archivi fotografici esistenti su scala nazionale, oltre ai molti archivi privati; basti citare per tutti l’Archivio Alinari a Firenze. Nel 1925 sarà stato l’Istituto LUCE della propaganda cinematografica dell’attualità ‘nazionale’ del regime fascista ad iniziare la manipolazione dell’archivio fotografico del GFN che istituzionalmente inglobò dal LUCE, sfruttando l’abilità nel ritocco estetico che vi era stata tecnicamente raggiunta, per modificare la schiettezza dell’obbiettivo nella documentazione delle pubbliche manifestazioni dell’omonimo unico partito.
E’ riassunta in questi termini la storia del GFN sul sito dell’ICCD, che descrive il Fondo del Ministero della Pubblica Istruzione, che gli appartiene, dal 1895 al 1973: “Il Gabinetto Fotografico Nazionale nasce come sezione speciale in seno alla Regia Calcografia, quando, con Regio Decreto, nel 1893, è istituito il 'laboratorio di riproduzine meccanica', che avrà vita breve e verrà soppiantato due anni dopo da un laboratorio fotografico presso l'Ufficio Tecnico dei Monumenti di Roma. Solo nel 1913, sempre con Regio Decreto, viene data forma giuridica al Gabinetto Fotografico dipendente dalla Direzione Generale Antichità e Belle Arti e si provvede ad uno stanziamento di bilancio per il suo funzionamento, mentre nel 1923 acquisisce formalmente la qualifica di Organismo Nazionale volta alla documentazione del patrimonio artistico, architettonico e archeologico sul territorio nazionale." Ma nel 1928 verrà trasferito nell’archivio dell’Istituto Luce di Cinecittà (che nel 1956 vedrà infine sospendere la sua produzione), per ritornare nella primitiva sede solo nel 1943. Gli anni della temporanea soppressione del GFN erano stati gli anni della prigionia e dei Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, che aveva analizzato il concetto di egemonia, distinguendolo da quello di supremazia, non solo per l’appartenenza della cultura egemone ad una classe al potere, ma per il suo essere propaganda demagogica del partito, volta a dirigere l’opinione pubblica ottenendone il consenso. Erano stati anche gli anni in cui i fotografi del GFN operavano sui nuclei patrimoniali regionali e provinciali di tutta la penisola e i positivi venivano allegati alla schedatura del singolo bene, comprovandone la descrizione letterale del catalogatore con la loro portata inesauribile e spietata di verità. Soprattutto riguardo ai danni apportati ai monumenti dalla Prima Guerra Mondiale e alle devastazioni del territorio con il suo uso improprio (per esempio: il consumo di suolo pubblico a complemento della cartografia territoriale.)
I curatori dell’esposizione hanno sottolineato, con le serie di fotografie illustrate e commentate, la relativa autonomia del Gabinetto Fotografico Nazionale e la tradizione culturale avanzata nel tempo di una portata di verità storica propria al documento fotografico. Il GFN, quindi, ha preceduto l’istituzione nel 1969 dell’Ufficio del Catalogo ed entrambi sono confluiti nell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione con l’istituzione nel 1975 del Ministero per i beni culturali e ambientali: “Nella fotografia di Carlo Carboni (1913-1932) si rinsalda l’adesione allo ‘stile Gabinetto Fotografico’, la peculiare composizione dell’immagine del patrimonio del predecessore e primo direttore del GFN [n.d.r.: Giovanni Gargiolli]. La ripresa procede dal generale al particolare: dallo scorcio sul contesto urbano o paesaggistico ai prospetti, dalle vedute degli interni fino al dettaglio degli apparati decorativi… [omissis]… Un secondo principio del GFN è la fedeltà al reale come fondamento programmatico della documentazione.” La fotografia diviene arte anche in camera oscura, elaborando le condizioni di ripresa e intervenendo sugli effetti della luce sull’oggetto artistico, non più con il ritocco, ma nel tempo della reazione chimica dei suoi materiali. L’oggetto d’arte veniva acquisito allo Stato italiano senza alcuna manipolazione ricostruttiva dell’opera d’arte documentata allo stato di danneggiamento e di conservazione dello scatto, anche ai fini della mappatura di restauro: la fotografia è forma, espressione e verità ed in una parola è arte, in linea con la tradizione figurativa dell’arte italiana, ma non solo.
‘La presa diretta sulla realtà’ della fotografia ha conquistato la sintesi espressiva strutturale del dialetto alla forma dialogica e sarà questa coscienza storica dell’arte, in parte abbandonate le messinscene e più di qualche volta il tempo di posa del banco ottico, con la rapida molteplicità delle sequenze di prese di dettaglio per mezzo di apparecchiature portatili e maneggevoli, a diventare nel dopoguerra la complessità dell’istantanea sulla vita quotidiana che il cinema neorealista ha esportato in ogni parte del mondo, carica di denuncia e irrimediabilmente bella.
La piccola esposizione presentata, tra stampe e negativi, macchine eed apparati d’epoca e documenti ministeriali, segue decenni di attività di digitalizzazione delle fotografie e la formazione degli archivi digitali del Gabinetto Fotografico Nazionale, che è proceduta ininterrotta dagli anni Ottanta, ricondizionati con l’appalto di completamento del 2023 e consultabili in open access sul web, così come sono stati suddivisi con la loro capillare schedatura, per singoli Fondi. Soltanto il Fondo MPI della Direzione Generale alle Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione (1860-1970) comprende più di centoventimila fotogrammi. La gigantesca impresa ora sotto la luce dei riflettori si colloca nella sfera dell’accessibilità gratuita, in linea con il diritto costituzionale allo studio dell’arte italiana, volto alla tutela, e quindi a preservarne, ma anche a salvaguardarne, quando ancora possibile, nella sua entità ed integrità, la fruizione di bene culturale pubblico: fine ultimo per il quale il Ministero per i beni culturali e ambientali era stato costituito, che coinvolgeva non solo le biblioteche e gli archivi, ma anche i musei, purtroppo ancora in parte nell’aura di un impegno, apparentemente e no, privatistico. Non ha escluso certo in modo totalitario la produzione cinematografica e per il piccolo schermo, l’arte e l’editoria di qualità correnti dalla sfera dei suoi contributi, ma nemmeno invita l’artista o il curatore e il restauratore contemporanei a sostituirsi o a perpetuare quelli del passato, quanto piuttosto a conoscerli. Non si tratta di aumentare il patrimonio, ma di non diminuirlo, scansando dalla sfera della memoria l’unicità e la bellezza dei beni che, dalla sua istituzione, appartengono allo Stato italiano: è questo il campo della sua difesa, se si attesta sul 6,2% del PIL, pubblicato dall’Istat, il prodotto generato dal turismo in Italia (appena del 2% quello generato dall’industria di armamenti, interamente bruciato dalla spesa militare) e forse non trascurabile il prodotto dell'industria culturale, non solo cinematografica, in larga parte assistita. Nel pubblico dominio questi fotogrammi consentiranno a chiunque di vedere come le opere d’arte, perfino nella loro facies meno esposta, siano cambiate nel tempo, qualche volta per interventi di restauro invasivi. Mutamenti che la continuità di presenza di pubblico nei musei potrebbe rendere inossidabili; non solo il vincolo e la custodia, ma la sorveglianza, infatti, è garantita dalla storia di un semplice fotogramma, 'il vero documento'.
