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Venerdì, 24 Febbraio 2012 14:48

Elefantino del Bernini restaurato

elefanteL’Elefantino di Piazza della Minerva a Roma è stato riconsegnato alla pubblica fruizione dopo un restauro integrale durato circa sei mesi che ha restituito la piena leggibilità dell’opera nella sua straordinaria bellezza e raffinatezza esecutiva, sulle quali restano armonicamente, a testimoniare l’irreversibile passaggio del tempo, le tracce e le patine preziose che la storia ha sedimentato.

Gli interventi di restauro sono stati progettati e diretti dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (già Istituto Centrale del Restauro), in accordo con Roma Capitale (Sovrintendenza ai Beni Culturali Direzione Tecnico Territoriale U.O. Monumenti di Roma), proprietaria del monumento.

Al restauro hanno partecipato, per un mese, gli allievi della Scuola di Alta Formazione dell’ISCR, nell’ambito delle attività pratiche in cantiere previste dal programma didattico, settore materiali lapidei (anno accademico 2011-12). Gli allievi sono stati guidati da restauratori specializzati, appartenenti allo stesso Istituto, in un rapporto docente discente di uno a tre.

Il costo complessivo dei lavori è stato di € 70.000,00 interamente erogati dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Le differenti forme interagenti di degrado riscontrate sul monumento, con diversi livelli di gravità, costituiscono altrettanti fattori di vulnerabilità, sia per quanto riguarda il marmo dell’Elefantino con il suo basamento, sia per gli elementi metallici posti alla sommità dell’antico obelisco egizio in granito che non mostra, invece, un significativo deterioramento.
Particolarmente rilevanti, inoltre, sono i danni antropici permanenti relativi ai numerosissimi colpi, causa della rottura di alcuni cristalli di marmo, graffi e altre forme di vandalismo, collegate attualmente all’intensa e incontrollata presenza di visitatori, e in passato al gioco a sassate fatto dai ragazzi con il monumento preso a bersaglio, come testimoniano le cronache dell’epoca.

Nel quadro delle condizioni conservative indicate e allo scopo di fondare le scelte progettuali su un sostrato il più possibile solido, il piano degli interventi è stato contrassegnato lungo tutto il suo percorso, da attività organiche di ricerca di tipo storico-documentale e tecnico-scientifico, con l’intento di stabilire un insieme coerente, oggettivamente verificabile, volto a supportare il lavoro tramite un confronto serrato e continuo tra attività speculative, di sperimentazione scientifica e prassi operativa.
In base a tale approccio metodologico, istituito dall’ ICR fin dalla sua fondazione e condiviso nella moderna pratica del restauro, è stato incaricato all’interno dello stesso Istituto un gruppo di lavoro interdisciplinare, coordinato dall’architetto Annamaria Pandolfi che ha svolto anche il ruolo di direttore dei lavori, composto da architetti, restauratori, biologi, chimici, fisici, esperti della documentazione. Gruppo di lavoro che ha cooperato per lo studio dello stato di conservazione, la scelta degli interventi e il loro controllo, mettendo in relazione, all’interno di un unico sistema conoscitivo, le diverse competenze specialistiche.
Per Roma Capitale la dott.ssa Cecilia Spetia ha collaborato per gli aspetti storico-artistici.

La realizzazione in cantiere del progetto d’intervento ha riguardato: i trattamenti biocidi per la devitalizzazione dei microrganismi fotosintetici che formavano le estese patine di colore nero localizzate nelle zone più sottoposte allo scorrimento dell’acqua piovana in rapporto alla geometria scultorea; la pulitura dei depositi incoerenti di materiali estranei di varia natura e delle “croste nere”; la rimozione delle stuccature non idonee e il loro rifacimento; il rifacimento della “copertina” alla sommità del basamento del pachiderma per il corretto scorrimento delle acque meteoriche; il trattamento delle lacune; la equilibratura cromatica finale, la protezione delle superfici.
Gli elementi in bronzo, fortemente degradati, collocati sul pyramidion dell’obelisco, sono stati, inoltre, oggetto di accurati interventi di pulitura delle superfici, trattamenti d’inibizione della corrosione e protezione finale.
Proprio i prodotti della corrosione del bronzo, da lungo tempo trasportati dalle acque meteoriche sul marmo, hanno generato la tipica alterazione cromatica verde penetrata nella profondità della pietra e visibile in forma di macchie sulle superfici.
Tale fattore di deterioramento è stato analizzato con il contributo integrato di chimici specialisti della pietra e dei metalli allo scopo di approfondire gli specifici processi di alterazione dei materiali nelle condizioni date e adottare i provvedimenti più appropriati compatibili con la conservazione: le operazioni realizzate dopo numerosi saggi effettuati con diversi materiali e modalità tecniche già sperimentate, pur avendo ottenuto un risultato migliorativo non hanno consentito la rimozione delle macchie verdi.
Quest’ultimo fenomeno ha rappresentato il problema emergente del restauro poiché tuttora dalla letteratura scientifica disponibile in materia e dalle esperienze maturate su numerosi manufatti artistici afflitti dalla stesse forme di alterazione, non risultano disponibili prodotti e metodologie d’intervento che garantiscano l’estrazione completa e controllata dei sali di rame dal marmo senza danneggiarlo, tanto più quando esso è divenuto più poroso per una secolare esposizione all’aperto, come nel nostro caso.
Per approfondire questo tema ricorrente, tuttora irrisolto, è stata avviata una ricerca scientifica congiunta tra l’ISCR e altri Istituti universitari di ricerca.

Un ulteriore carattere di ricerca ha rivestito lo studio del quadro fessurativo presente sul blocco marmoreo costitutivo dell’Elefantino. E’ stata avviata, infatti, una campagna di monitoraggio della durata di un anno con indagini deformometriche dei movimenti attivi e delle rotazioni per valutare l’evoluzione dei fenomeni, da analizzare anche in rapporto al contemporaneo rilevamento, tramite appositi sensori differentemente disposti rispetto ai punti cardinali, delle variazioni di temperatura, umidità relativa e radiazioni solari.

Come sempre in aree sottoposte alla forza d’urto di flussi turistici molto intensi, una vigilanza costante potrà contrastare atti di vandalismo e usi impropri del monumento.
Un rigoroso programma di manutenzione, inoltre, consentirà di verificare l’effettiva durabilità e il tempo di “vita utile” dei trattamenti eseguiti nel corso del restauro, così da programmarne con esattezza la cadenza per rallentare il più possibile i processi di degrado e assicurare la trasmissione al futuro di quest’opera d’arte di eccezionale valore, appartenente al Patrimonio dell’Umanità.

(Fonte: Mibac)
Ultima modifica il Giovedì, 12 Febbraio 2015 17:32

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