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Nella regione di Hazarajat, in Afghanistan centrale, circa 250 chilometri a nordovest di Kabul, a Bamiyan, luogo di incontro tra le civiltà asiatiche lungo la Via della Seta, sorgevano due statue scolpite nella roccia, due Buddha, uno più maestoso (55 metri) l’altro più piccolo (35 metri). Erano lì dal 500 d.C. circa. Sono stati lì a vegliare sulla valle per quindici secoli fino al 2 marzo 2001, quando furono fatti saltare in aria. L’Unesco aveva cercato invano di preservare i due Buddha, ma un editto dichiarò che erano fuori legge. A dieci anni dalla loro distruzione vengono rivelate nuove scoperte che li riguardano e annunciate possibili ricostruzioni grazie a nuovi strumenti e alle tecnologie applicabili ai beni culturali.

Telerilevamento sito archeologico di Saqqara, Egitto Recentemente è stato lanciato e messo in orbita l’ultimo satellite della costellazione Cosmo Sky-Med che si avvale di sensori attivi ad alta risoluzione, in grado di misurare la radiazione riflessa da loro stessi emessa, a differenza di quelli passivi che registrano invece la radiazione emessa dal sole. Questa modalità consente ad esempio di continuare a monitorare la zona di destinazione in qualsiasi condizione (giorno, notte o con qualsiasi copertura nuvolosa). I satelliti Cosmo Sky-Med progettati e finanziati dall’Italia, sono principalmente rivolti ad osservare l’area del Mediterraneo ("Med” in realtà è sinonimo di "Mediterraneo"), dove si trova la più alta densità di siti archeologici del mondo.

Un gruppo di ricercatori europei appartenenti dell'Istituto di scienze e tecnologie molecolari del Consiglio nazionale delle ricerche (Istm-Cnr) ha scoperto che i gialli a base di cromato di piombo (giallo cromo) sono caratterizzati da una scarsa stabilità chimica e fotochimica che nel tempo produce un effetto scuro sul colore. I quadri di Van Gogh mostrano segni di tale deterioramento chimico e il giallo del famoso quadro 'I Girasoli' potrebbe spegnersi lentamente.

Caravaggio di Carpineto Nel 1968 fu rinvenuto un quadro con S. Francesco, inchiodato su una parete della chiesa di San Pietro Apostolo di Carpineto Romano, cittadina sui monti Lepini e città natale di papa Leone XIII, la cui fortuna critica sarà connessa alla sua identità iconografica al S.Francesco in meditazione, proveniente dal complesso di S. Maria della Concezione a Roma, conservato presso la Galleria Nazionale di Arte antica, a Palazzo Barberini. Di autenticità indiscussa, l’autografia caravaggesca del dipinto dalla Chiesa dei Cappuccini, scaturiva dalla critica del Novecento largamente accolta, quasi un esempio di metodo d’indagine.
Il quadro di Carpineto, ritenuto una copia di Caravaggio, allargava lo spettro di autenticità ai copisti e agli imitatori, e perfino ne scalzava il primato. Le radiografie evidenziarono pentimenti sulla tela e da Maurizio Marini ne venne rilevato come il teschio era tenuto nella mano dal Santo, mentre prima lo avvolgeva, inoltre, in corso d’opera, il cappuccio era stato smussato dall’artista, poiché in origine il quadro era destinato ai Francescani, che portano un cappuccio appuntito, e inoltre ne vennero analizzate tracce di malachite e di cinabro sul naso e sulle orecchie del Santo, peculiarità del colore di Caravaggio.

L’opera, di proprietà del Fondo edifici di culto del Ministero degli Interni, con gli studi intrapresi, venne rimossa dalla Chiesa di S. Pietro e in seguito trasferita, come la precedente, a Palazzo Barberini, nella convinzione che Carpineto non avesse una sede idonea alla sua valorizzazione. Carpineto ha attivato una serie di misure per riaccogliere l’opera, restaurando Palazzo Aldobrandini ed allestendo al suo interno un’apposita sala.

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