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Il Louvre virtuale cambia

Il Louvre, il grande museo parigino, a causa della pandemia è chiuso da mesi. Un duro colpo per la cultura, la critica e la ricerca: ognuno che ami l’arte e’ consapevole che e’ creata per essere fruita. Ancora una volta la tecnologia va incontro all’arte, alla didattica e al turismo, si dimostra arte, e l’intera collezione parigina - composta da centinaia di migliaia di pezzi - è online, su un nuovissimo sito web, ma questa volta dedicato quasi esclusivamente al Louvre.

Il database ‘Louvre Site des Collections’ contiene, infatti, oltre alle sue opere, le sculture dei giardini del Carrousel e delle Tuileries, quelle del Musée National Eugène Delacroix e le opere recuperate dopo la seconda guerra mondiale. Per la prima volta il museo, forse il più visitato dai turisti che ci sia, compare scorporato dalle basi dei dati di Catalogo dei musei francesi denominate Atlas e Joconde, da decenni accessibili alle curiosità e alla ricerca degli appassionati di tutto il mondo e create a partire dagli anni Settanta.

Sul sito le schede delle opere vengono periodicamente aggiornate nel campo bibliografico dagli esperti del museo e rese disponibili all’utente con una catalogazione abbinata a strumenti anche intuitivi e semplici. Inoltre è corredato da una mappa interattiva che consente ai visitatori di addentrarsi stanza per stanza. Un avviso ai naviganti circoscrive la bibliografia, che, senza pretendere di essere selettiva o esaustiva, e’ limitata alle attività più strettamente museali.

Come di consueto, le collezioni possono essere approfondite in diversi modi: ricerca semplice o avanzata, album a tema e voci smistate per dipartimento curatoriale. In aggiunta, il sito stesso del museo è stato ottimizzato e diviso in tre sezioni principali: ‘visiter’, ‘découvir’, ‘en ce moment’.

 «L’accessibilità è il cuore della nostra missione» ha ribadito Jean-Luc Martinez, direttore del museo, il quale è convinto che questa corsa digitale possa in qualche modo alleviare e non sostituire la mancanza di visite allo straordinario monumento francese.

Come spesso accade, le revisioni parziali e gli aggiornamenti non sempre contribuiscono ad arricchire e ad approfondire la schedatura storica dell’oggetto artistico: a tutti gli esperti e’ consigliabile accedere alle più vecchie basi dati per le vicende collezionistiche dell’opera, che il criterio di obiettività dei curatori ha deontologicamente e professionalmente mantenuto in linea, anche per quanto attiene alla documentazione fotografica, con l’alta definizione adottata veramente apprezzabile, a portata di mano per tutti gli interpreti.
A campione, tra le opere più celebri della collezione, per quanto attiene in dettaglio alla Morte della Madonna di Caravaggio, la scheda di catalogo del Louvre finalmente pubblica la sua provenienza dalla collezione di Carlo I d’Inghilterra. Dato desunto dall’edizione del 1757, con una nota di Horace Walpole, dei due manoscritti di Oxford, che si datano al 1639, del Catalogo di Abraham van der Doort, curatore della raccolta reale, che vi descriveva: “Dorcas lying dead, by Michael Angel Caravagio”, venduta ad Everhard Jabach e da questi poi a Luigi XIV, sancita la prima appartenenza nel 1607 alla raccolta Gonzaga. L’accessibilità online del dato e’ oggi confrontabile in parte con il manoscritto legato di Van der Doort conservato dal Royal Collection Trust. La perplessità derivava dal significato di ‘Dorcas’, nome greco di Tabita e dall’interpretazione di Van der Doort e, conseguentemente di Walpole, del soggetto del Transito della Vergine come di una Resurrezione di Tabita, dagli Atti degli Apostoli.
Ora, se e’ vero che artisti italiani come Raffaello, Leonardo, Michelangelo, Tiziano o Caravaggio appartengono ad ogni cultura e anche alla lingua francese, che nei secoli li ha ‘tradotti’, appropriandosene, e’ pur vero che l’uso ha restituito nel secolo scorso il nome in lingua originale di quasi ogni artista od autore incluso negli indici di catalogo redatti dagli schedatori di ogni parte del mondo, come prima voce del nome autore identificato. Non e’ ancora così per lo strumento parigino che accoglie come nomi d’autorità: Raphael, Leonard, Michelange, Titien, Caravage, che qualunque correttore automatico tenderà oggi a correggere. In fondo in fondo, automatismo per automatismo, e’ pur vero che lo stesso correttore non muterebbe immediatamente in Delacroix il pittore che per avventura scrivessimo ‘Della Croce’. Sono banche dati storicizzate, oltre che una fonte preziosa per entrare nella cultura che le ha formate. Secondo una prassi corrente nei cataloghi museali, a chi li consulta converrà scorrere tutte le forme del nome accettate per avere una visione più completa della reale consistenza delle acquisizioni. Del resto, il catalogo museale da sempre ha accolto il principio storico dell’opera d’arte come documento inventariato, dalla quale, come dai dati della sua esposizione o meno e in quali raccolte, si dipanano le fonti biografiche sull’artista. Criterio fondamentale sotto il profilo critico, poiché il titolo soggettivo delle singole opere raramente e’ rimasto immutato nel corso del tempo, anche se solo spostate da una parte all’arte dello stesso edificio: l’iconologia e’ la disciplina storico-artistica che identifica un’opera d’arte indicizzando inoltre gli innumerevoli appellativi che le siano stati attribuiti nei secoli, e non soltanto, talora, i disparati creatori.

Una piacevole scoperta per il visitatore abituale, aneddotica gia’ per Stendhal, a ben vedere più di noi informato sull’origine delle più importanti raccolte europee, può essere quella che riguarda più da vicino la revisione dei dati di provenienza al Louvre di opere incluse nel Trattato di Tolentino: cioe’ il fatto che non vengano più archiviate nel sistema come ‘conquete de guerre’, ma semplicemente come ‘achat’, ‘acquisto’. Pur sempre in cambio della vita del pontefice Pio VII, quando erano le opere d’arte italiana, e non così frequentemente i loro creatori, come accade oggi, a fuggire all’estero. Del resto il Ministero della Cultura italiano, ancora oggi, non fa che spiazzare i suoi direttori di museo, come se la lingua italiana, anche in tema di banche dati, non avesse saputo parlare all’arte e dell’arte che ha creato. Il Louvre, analogamente alla maggior parte dei più importanti musei italiani, e’ accessibile quindi, e non solo, si mostra per quello che e’: un laboratorio di assidua ricerca inestimabile ed inevitabilmente discutibile che non ha mai smesso di essere un evento.

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