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cinitalia fasoloNuovi cantieri dell'utopia ci attendono 

La tutela dei beni artistici, le nuove tecnologie e i traguardi cui si può giungere 

 

Articolo pubblicato sulla rivista CINITALIA N.3 2013

 

Stagioni

Se fossimo in vena di una strenna dei romanisti sentiremmo echeggiare negli orecchi, come verseggiato da Trilussa, il mormorio popolare ancora fragrante al passaggio su Corso Rinascimento della carrozza di Maria dei Medici, con a bordo il futuro Granduca di Toscana Ferdinando, appena uscita dal suo Palazzo romano, Medici anche quando, nella seconda metà del Cinquecento, vi aveva risieduto Baldovino Del Monte nella forma che ora si direbbe di comodato d’uso: “Ecco la Madama!”  Sussurro o grido, il detto romanesco ancora vivo nel movimento sessantottino ed oltre, con fare non certo elitario, era il segnale strategico sul campo di non abbassare la guardia in presenza di polizia: ‘…madama! ' .

google tondo- doniLeggendo le cifre relative al Google Art Project, il servizio che permette di visitare virtualmente alcuni importanti musei del mondo, si rimane non poco sorpresi ad apprendere che le opere sono ammirate, sempre statisticamente parlando, più a lungo su internet che dal vivo, con un minuto di osservazione sul web contro i 20 secondi della sosta media del visitatore tipico nei musei. Sembra infatti che la possibilità di visionare le opere in alta risoluzione incoraggi i visitatori a permanere più tempo in osservazione. Il risultato è senza dubbio interessante e denso di possibili riflessioni relative al ruolo dei musei digitalizzati, virtuali o online e delle potenzialità offerte dalle tecnologie per la valorizzazione dell'arte e la diffusione del patrimonio culturale. 

Trascinati dall’onda delle nuove tecnologie ne subiamo un fascino che spesso però ha l’effetto di un fuoco fatuo, se solo poco dopo ci si rende conto di quali sono i veri vantaggi apportati pesandone l’impatto sul reale corso della storia. Un problema da non sottovalutare se si pensa che ad oggi i sistemi informativi “istituzionali” non hanno ancora costituito un unico repository ove il dato centralizzato sia poi disponibile ai vari livelli di fruizione richiesti. 

 

guerra siriaIn questi mesi sono stati spesso alcuni reportage dai più cruenti teatri bellici a raccontarci che la tragedia della guerra non è solo uccisione di uomini, disgregazione di famiglie e comunità, distruzione di territori, abitazioni, infrastrutture e sistemi produttivi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale i conflitti degli ultimi decenni, dai Balcani al Caucaso, dal Libano a Cipro, dalla Palestina all’Iraq e all’Afghanistan, dalla Libia alla Siria, dalla Nigeria al Sudan, hanno continuato a investire con il loro orrore anche il patrimonio culturale. Con una novità: i monumenti del nemico sembrano essere diventati obiettivo strategico e non collaterale di atti distruttivi, a volte altamente simbolici, come l’abbattimento del ponte di Mostar, simbolo di una cultura multietnica secolare, o la distruzione dei Buddha di Bamiyan. La negazione dell’altro trova il suo compimento nella distruzione della sua memoria, della sua arte, della sua storia. Polemos vuole luoghi scardinati dal loro secolare orientamento simbolico e valoriale, destrutturati e rinominati in modo da annichilire ogni possibilità di riconoscere il legame vitale tra la cultura nemica e l'ambiente che questa ha connotato e in cui ha espresso storicamente e simbolicamente con monumenti e assetti la propria identità. E’ una storia antica, già i romani mutarono il nome di Dikearchia (luogo ove regna la giustizia) in Puteoli (la città della puzza). E questo perché ciò che forma e soprattutto tiene veramente insieme una comunità, la fa durare nel tempo, al di là di ogni regolazione dei rapporti assicurata dal diritto, è un sentire più profondo, condiviso, un sentimento di appartenenza ad una vicenda capace di legare saldamente nel tempo le generazioni che si realizza ed esprime nel paesaggio culturale, nel territorio qualificato dalla storia e dalla cultura.

E’ questo l’obiettivo vero della follia distruttiva della guerra. Un patrimonio forte ma insieme fragile.

Non a caso la Convenzione adottata all’Aja il 14 maggio 1954 sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato marchia come crimine far oggetto di attacco, distruzione, saccheggio, furto o vandalismo i beni culturali dato che: “ i gravi danni arrecati ai beni culturali, a qualsiasi popolo essi appartengano, costituiscono danno al patrimonio culturale dell'umanità intera, poiché ogni popolo contribuisce alla cultura mondiale”.

Quanto esecrato nella Convenzione è proprio quello che invece accade ai giorni nostri ordinariamente. Vi assistiamo in Siria: siti archeologici abbandonati e preda degli scavi clandestini, trasformati in accasermamenti e campi di battaglia. A Tell Mardikh, dove Matthiae e il suo team hanno scoperto Ebla portando alla luce migliaia di tavolette cuneiformi, ma anche ad Apamea, Palmira, Dura Europos, Aleppo con l’antico Souk, Homs con il centro storico.

In questo scenario anche gli archeomatici sono in prima linea: sul fronte a difendere i monumenti dalla distruzione, con tante esperienze di documentazione, monitoraggio, rilievo, molte volte innovative. La guerra, si è detto (Hobsbawm), costituisce un grande volano di accelerazione del progresso tecnico ma questo è anche in parte vero anche per chi ogni giorno deve escogitare soluzioni per difendersi dalla guerra.

E gli archeomatici soprattutto saranno ancora al loro posto quando verrà il momento di passare ai restauri e alle ricostruzioni. Al riguardo una studiosa, Elena Franchi, giustamente auspica che le ricostruzioni siano “condotte scientificamente e non asservite alla logica dei vincitori e delle imprese associate. Perché la ricostruzione di un Paese è solo apparentemente neutrale. Con l’imposizione di imprese, tecniche costruttive e materiali estranei alla cultura locale, può causare danni gravi quanto quelli di un bombardamento”. 

 

Editoriale pubblicato su Archeomatica n. 2 2013

 

Foto: Minareto dell'antica Aleppo in Siria (GettyImages, Lettera43)

 

 

 

sbn

Le bio-tecnologie e la radiodiagnostica, comprese le tecnologie laser e le cosiddette tecniche d'indagine non invasiva, applicate al corpo umano e alla chimica farmacologica, o al rilievo ambientale, per tutto il secolo scorso hanno costituito il settore d'approfondimento della struttura e della resistenza dei materiali storico-artistici e archeologici dal quale attingere, che non prescindesse in linea generale dalla classificazione estetica della loro durata e, cioé, dal criterio paramedico della documentazione di uno status tutt'altro che immodificabile nel corso del tempo. Nonché esse stesse la risorsa privilegiata, dalla quale potesse essere anticipato, con altrettanta tempistica innovatività, lo sviluppo di una sempre più emergente connotazione di area di ricerca disciplinare autonoma. Dotata di lessici propri e di banche-dati e, con il progressivo adattamento al recupero conservativo, finalizzata, oltre che al restauro, alla prevenzione e alla capitolazione del complesso di norme di salvaguardia dei beni culturali, che insorgeva dalla relativamente recente osservazione dinamica dell'impatto ambientale e del rischio antropico, confluiva sotto i profili anastilotici, analogici ed analitici, ora antesignani di una metodologia diacronica, da campo sperimentale di applicazione a ricerca induttiva di parametri di definizione.

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