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Open Access per la ricerca sui Beni Culturali

La causa della conservazione del patrimonio culturale è insieme a quella della ricerca medica un’impresa che dovrebbe essere sentita da tutti e meno affetta dall’aggressione della speculazione industriale. Si sa che il mercato delle industrie coinvolte dai beni culturali è limitato a pochi settori i quali, escludendo gli interventi sempre più rari di improbabili mecenati, non navigano nell’oro a causa della bassa sostenibilità degli interventi, che ad oggi solo dal turismo avrebbe un ritorno e l’avrebbe solo dagli incassi dei biglietti per i musei, i monumenti e le mostre, che tra l’altro riescono a richiamare visitatori a sufficienza solo se offrono una spettacolarità, o congenita alla struttura, come nei casi eclatanti del Colosseo e della Domus Aurea, o ricostruita con chiari alti costi di intervento. Oltretutto porterebbero un bene alla cultura del patrimonio, attirando l’attenzione dei più e dei media, ma solo su pochi elementi, resi selettivi e spettacolari, dalla cultura dell’evento che però tralascia migliaia di “illustri esemplari” senza approfondimento alcuno o comunque inaccessibili ai più. Potrebbe dirsi in tal senso che la politica della valorizzazione sia solo puntuale e tematica di fronte ad una cresciuta domanda di valorizzazione complessiva, sistematica e territoriale.

L’Open Access per le informazioni, inteso come accesso on-line libero e immediato non solo ai risultati della ricerca scientifica e il diritto di utilizzare e riutilizzare questi eventi silenti, ha il potere di trasformare il modo sia di fare ricerca che di condurre l’indagine scientifica. Ha implicazioni dirette e diffuse per il mondo accademico, la medicina, la scienza, l'industria e per la società nel suo complesso.

L’Open Access ha il potenziale per massimizzare gli investimenti di ricerca, aumentare l'esposizione e l'utilizzo di ricerche pubblicate, di facilitare la capacità di condurre una ricerca in tutta la letteratura disponibile, e migliorare l'avanzamento complessivo degli impegni cosiddetti “precari”. Agenzie di finanziamento della ricerca, istituzioni accademiche, ricercatori e scienziati, insegnanti, studenti e membri del pubblico in generale, stanno sostenendo il passaggio a Open Access in numero crescente ogni anno. Open Access Week è un'ottima occasione per tutti i soggetti di una comunità ad agire per rivitalizzare uno slancio a proseguire (wiki.openarchives.it).

Open Access Week, un evento globale che si tiene ormai da otto anni, è il luogo di diffusione e partecipazione accademica e di ricerca per continuare e sviluppare i potenziali benefici contribuendo a ispirare la diffusione più ampia, in modo da non duplicare i risultati raggiunti (tra gli altri limitati all’eterna scansione di documenti già in rete,o, peggio, alla limitazione dei formati di lettura). E da alcuni anni sta promuovendo anche in Italia un’adeguata cultura sulla libera fruizione del dato editoriale.

Ma la vera occasione viene dalla Commissione Europea che ha disposto che i progetti di ricerca Horizon 2020 debbano essere pubblicati in Open Access. A livello normativo italiano la situazione è complessa e in uno stato di continuaevoluzione per la necessità di adeguamento dei vecchi schemi editoriali. La ricerca sulle tecnologie per i beni culturali ha estremo bisogno di Open Access, affinchè le risultanze della ricerca non siano solo finalizzate ad un impegno “in carriera” del singolo ricercatore, ma accrescano i metodi di conservazione e fruzione.

 

Editoriale pubblicato su Archeomatica Numero 3 2014 

Il ritorno dell'aerofotogrammetria in archeologia

Telerilevamento e Fotogrammetria sono due tecniche diverse molto usate in archeologia e si fondano su principi diversi che richiedono precipue competenze. La International Society of Photogrammetry and Remote Sensing (ISPRS) è l’associazione che raggruppa tutti gli esperti mondiali del settore ed è attiva da decenni a livello internazionale, promuovendo convegni in tutto il mondo a cadenze fisse, durante le quali il punto della situazione sull’avanzamento tecnologico è illustrato singolarmente e dettagliatamente. Ciascuna nazione viene rappresentata nella ISPRS dalle analoghe affiliazioni locali come, tra le altre, la statunitense ASPRS (American Society of Photogrammetry and Remote Sensing), o l’italiana SIFET (Società Internazionale di Fotogrammetria e Topografia), nella quale ultima, però, al posto del Telerilevamento (Remote Sensing) troviamo la classificazione di Topografia. L’originalità italiana dipende dalle competenze scaturite da autonomi settori formativi, che sono consistiti, dalla fondazione dell’AIT (Associazione Italiana di Telerilevamento), nella riunione dei gruppi di esperti e ricercatori delle due branche disciplinari in un solo organismo. L’adozione da parte delle Agenzie Spaziali di ulteriori denominazioni del campo di ricerca hanno dato vita nel corso del tempo all’Earth Observation (EO), che in Italia cumula e sviluppa con una certa indifferenziazione il Telerilevamento e l’Osservazione della Terra. In campo archeologico Fotogrammetria e Telerilevamento sono tecnologie fondamentali che supportano i ricercatori nelle fasi di esplorazione, individuazione e documentazione e sono traenti per caratteristiche di precisione e dettaglio.

Le esigenze pratiche connesse al costo di sviluppo dei dati hanno portato negli scorsi decenni a dispiegare le due disparate metodologie forse in parte al di là delle prestazioni nominali di ciascuna, che per il Telerilevamento è determinata dall’analisi dell’emissione di energia elettromagnetica effettuata sulla superficie terrestre, sollecitata dal Sole o da altre fonti ed è in grado di sensibilizzare un apposito sensore, mentre, per la Fotogrammetria, dalla misurazione e rilievo cartografico di alta precisione con procedimenti 3D, svolti a bordo di aerei e velivoli appositamente attrezzati. L’evoluzione dei satelliti ha lasciato ritenere una progressività nella riduzione dei costi delle immagini satellitari, che avrebbero potuto competere con quelle aerofotogrammetriche, rendendo accessibili tali tecnologie anche nei casi di limitata disponibilità economica o di impegno parziale di approfondimento quale quella applicata del settore di prevenzione esercitata sul Patrimonio Culturale. Le recenti risultanze di uso di velivoli a pilotaggio remoto, gli UAV, dotati anche di camere amatoriali, hanno trovato un fertile campo di impiego, assistiti, così come sono, dalle notevoli capacità, adattamento, correzione e capienza dei softwares, in grado spesso di sopperire alle aberrazioni ottiche, anche nell’uso occasionale di obiettivi di bassa qualità o accuratezza.

Il rilievo aerofotogrammetrico archeologico con UAV (o APR in italiano, ma evitiamo l’uso della parola DRONE, che tanto terrore può incutere a popolazioni che ne stanno soffrendo usi bellici) attualmente si propone come soluzione definitiva, a basso costo, per qualsiasi necessità di mappatura di siti e monumenti archeologici, comportando risoluzioni di altissimo livello, finora impensabili o raggiungibili solo noleggiando aerei opportunamente dotati in volo di camere aerofotogrammetriche con potenti teleobiettivi. Non solo la precisione fornita da una bassa quota, ma anche la manegevolezza e trasportabilità del mezzo si è rivelata senza precedenti confrontabili. Una valigetta portatile, un cosidetto collo a mano, spesso contiene l’intero corredo necessario per esegure voli aerofotogrammetrici di alta qualità da terra. Un limite ancora è costituito dalla relativa autonomia, nell’ordine di qualche decina di minuti, sulla quale però tecnologia insorgente fornirà adeguate risposte, si spera, a breve termine.

L’Italia, che si propone al mondo come un paese leader del settore, ha appena dimostrato la possibilità di effettuare rilievi aerofotogrammetrici archeologici anche in zone storicamente inagibili, nelle quali per varie motivazioni di dislocazione, conformazione e sicurezza dell’area da sorvolare in situazioni belliche, anche negli ultimi decenni era stato possibile il solo sfruttamento al massimo grado delle informazioni dei satelliti. Il Ministero degli Affari Esteri, per il tramite dell’organismo della Cooperazione allo Sviluppo, ha appena raggiunto efficacemente l’obbiettivo di una prima ripresa ad alta risoluzione con velivolo a pilotaggio remoto dell’area del sito archeologico di UR, sito per il quale è lo stesso Stato italiano ad approntare un Piano generale di Conservazione, entro cui l’Iraq consegua la dichiarazione finale di sito di interesse dell’umanità da parte dell’Unesco. (per avere informazioni sulla ripresa aerea di UR vedi immagine campione a pag.35 del Numnero 2 2014 di Archeomatica).

 

Editoriale del numero 2 2014 di Archeomatica.

 

Sembrerebbe voluta la somiglianza del nome che si è imposta la neonata associazione Restauratori Senza Frontiere (RSF), per affinità ai gruppi associativi in campo medico che nei decenni scorsi hanno riscosso in pari misura risonanza e critiche per il loro operato nel mondo. Un’associazione senza scopo di lucro che si pone obiettivi molto simili a quelli delle campagne mediche, per riconoscere e salvare stavolta le tracce della presenza umana attraverso i secoli. Nasce in Italia il luogo in cui si matura competenza attraverso esperienze e sperimentazioni a vari livelli, il cui corso spesso, se non mosso sull’arte italiana, rimane quasi sconosciuto. Neanche Archeomatica, nonostante si sia proposta come veicolo di selezione informativa, raggiunge la globalità, anche intermittente, delle sperimentazioni compiute per testare l’uso di tecnologie, sia consolidate sia avanzate, per la salvaguardia dei beni culturali. In Italia la comunità scientifica è un crogiuolo in cui si fondono attività, sperimentazioni e ricerche che si concretizzano lasciando libertà ai ricercatori di individuare le linee che ritengono transitive al futuro, senza che il controllo limitante dovuto alla carenza sintomatica di mezzi abbia spinto ad ottimizzare le risorse più disparatamente veicolate. Dovrebbe essere possibile soffermarsi più spesso sulla raccolta dei dati di investimento e rilanciare strategicamente tecnologie ed inesplorato.

Quello che Archeomatica mostra è una piccola parte dei controlli incrociati, delle verifiche e dei test di lavoro a raffronto, che si succedono nella realtà verso l’Italia e dall’Italia, spesso pubblicati solo al di fuori della comunità italiana. A volte è evidente come la scarsa confrontabilità su canali paralleli produca inutili ripetizioni, altre volte invece l’indisciplinata o microscopica esplorazione appare esserne il valore ottimale. Sta di fatto che in questo momento le tecnologie italiane per i beni culturali sono considerate le più sviluppate al mondo, forse non meritatamente; un riconoscimento molto vicino a quello del marchio Ferrari, conquistato a fatica con sforzo compiuto da altre generazioni e da chi ne continua a tutti i livelli il lavoro, in ogni stratificazione della memoria storica, nei criteri di manutenzione, documentazione e conservazione conseguiti dalle indagini di risultato. L’impressione è che stia sfuggendo il picco conquistato per l’assenza di dialogo, d’indirizzo e di coordinamento tra la didattica, la ricerca e il mondo del lavoro. E’ corretta nell’impostazione la conduzione partecipata che distingue la ricerca di settore, ma è altrettanto rilevante dare spazio a chi è guidato da interessi finalizzati, e non solo alla leadership a se stante, di settori occupazionali che sono stati identificati come trainanti di risorse economico-produttive. Una gestione partecipata non dovrebbe travalicare la ricerca individuale come privatistica, affondando il rapporto collaborativo di équipe e di interscambio che nel secolo scorso ne ha caratterizzato il primato.

Rivolgendosi a chi adesso si avvicina all’arco della ricerca nelle professioni nell’albo dei beni culturali, lo stimolo dovrebbe essere verso ricerche che ad un primo approccio potrebbero sembrare rigorose quanto senza esito, o con esito ristretto a campi limitati, emarginati dai risultati apparenti nei filoni allargati ad iniziative programmatiche, senza lasciarsi abbattere da risultati non così evidenti per ognuno o all’altezza sperata. Suggerirei invece di seguire con proprio estro, affrontando le iniziative inesplorate come le correnti anche troppo esplorate, alla luce delle risultanze vicine e lontane del lavoro svolto da altri nostri colleghi, opinandole. Solo così ne sarebbe preservata la portata di conoscenza acquisita e di metodo accolto sommerso quanto emergente.

All’associazione RSF e con l’associazione proporrei di essere ambasciatori di questa capacità italiana, raggiunta testando strumenti che elevino il valore di ciascuno attraverso la pluralità del contesto e la critica più che meritata alla competenza disarticolata dalle istituzioni, specialmente dove si voglia interpretare la storia recente degli affidamenti a privati di appalti sui monumenti antichi e storici come un’intenzionalità volta a fare a meno proprio dei restauratori. Preparazione che deve avere invece il risalto della champions league prima di tutto in Italia, poiché è il nostro Stato fra quelli che più hanno investito nella palestra internazionale della ricerca e nel laboratorio storico-archeologico tra i più concentrati e massivi al mondo. Non possono venire a mancare dove c’è più bisogno dei checkup dei monumenti e, in questa attività di diagnostica, della tecnologia più esatta in kit, appositamente studiata per e su questo territorio. Devono essere esortati ed incoraggiati a pensare che c’è bisogno di loro anche all’interno delle nostre frontiere. Si lavora molto per problemi economici indirizzando la finalizzazione di export del know-how di risultato, lasciando non presidiato il campo italiano: Pompei e il Colosseo ne esplicano l’emblematicità positiva e negativa al tempo stesso.

Bio-ipermedia ovvero l’ambiente peculiare cui tutti noi ogni giorno diamo luogo interagendo nello spazio-tempo, attraverso i corpi, con macchine, reti, algoritmi, dati, territori reali e sintetici (Giorgio Griziotti). Secondo modalità di crescente intensità e pervasività, con le interfacce, estensioni meccaniche ed elettroniche, che tendono a integrarsi sempre più intimamente nei corpi, estendendo e potenziando le capacità umane, finendo per modificare la stessa coscienza.

agenzie rating
Può il valore del patrimonio culturale italiano influenzare il rating? Secondo la Corte dei Conti Italiana si e per questo ha citato per danni le agenzie di rating internazionali. 
Lunedì 10, a Geo&Geo, la trasmissione quotidiana di Rai3 condotta da Sveva Sagramola, si parlerà di beni culturali, e in particolare del valore del nostro patrimonio artistico e paesaggistico. Se ne parla, con Paola Guidi, giornalista e autore del libro “Uomini e tecnologie per la protezione dei beni culturali”, a proposito della notizia clamorosa di questi giorni e cioè che la Corte dei Conti ha citato per danni le tre maggiori agenzie di rating internazionali, S&P, Moody’s e Fitch, per il downgrade dell’Italia del 2011. La citazione è accompagnata da una pesante richiesta per 234 miliardi di euro. E’ grave infatti l’errore fatto dalle agenzie nel non tenere conto “dell’alto valore del patrimonio storico, culturale e artistico del nostro paese che -sottolinea la corte dei Conti- rappresenta la base della sua forza economica”.

(Fonte: Redazione)

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