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Inception

3d Heritage: dalla cultura del team alla cultura di “squadra”

Nei prossimi giorni verranno presentati i primi risultati del progetto Inception, Inclusive Cultural Heritage in Europe through 3d semantic modeling, finanziato nell’alveo del Work Programme Europe in a changing world – inclusive, innovative and reflective societies.

Al di là degli aspetti specifici di questo progetto (l’utilizzo del modello BIM, e i primi risultati), il punto principale che solleva il progetto è la necessità di creare strumenti che siano in grado di porre in relazione il lavoro di più categorie di professionisti legati alla tutela e alla conservazione die beni culturali.

Questo passaggio è molto meno banale di quanto sembri. Per capirlo, facciamo un piccolo passo indietro.

A partire dal diciannovesimo secolo, il mondo scientifico ha avviato un percorso di sempre maggiore specializzazione, creando figure professionali con competenze molto “verticali”. Questo approccio ha notevolmente influito su tutti gli aspetti della nostra vita, personale e professionale, ed è stato fortemente influenzato dagli assunti di base della ricerca accademica e scientifica.

Nel settore culturale, questo approccio è particolarmente visibile: storici dell’arte specializzati in determinati periodi storici o in determinati stili, archeologi che non dialogano con storici e antropologi, esperti di marketing che non dialogano con il personale impegnato nell’erogazione dei servizi di conservazione. 

E’, a ben vedere, un settore in cui ogni professione arroga a sé un primato rispetto ad altre, in cui si è, in ogni momento, Guelfi per qualcuno e Ghibellini per qualcun altro.

Il paradigma sta però cambiando. La tecnologia, così come i modelli scientifici di riferimento, sono sempre più volti all’espansione della collaborazione.

In altri termini, al Dr. House, simbolo dell’uomo di genio che dall’alto della propria competenza riesce a salvare chiunque e qualunque cosa, si sta sostituendo la figura del Team, del gruppo di  persone che pone in relazione conoscenze e intuizioni differenziate per trovare soluzioni efficaci e (spesso) innovative.

Questo processo di cambiamento è in atto in quasi tutti i settori dell’agire umano: dalla sanità all’assistenza sociale, dal management economico-finanziario alla tecnologia. Un po' più lentamente, anche la cultura si sta muovendo in questa direzione.

Questa dimensione è, tuttavia, ancora insufficiente. Certo, assistere all’emergere di un “team di professionisti” in grado, finalmente di “comunicare” tra loro è importante. Ma si tratta pur sempre di professionisti che, pur provenendo da differente discipline, sono tutti coinvolti all’interno di quella macro-area che viene generalmente chiamata “tutela”.

La grande sfida che i progetti europei dovrebbero ora affrontare è quella di creare soluzioni (gestionali, software, manageriali) per favorire un maggiore dialogo tra esperti della tutela e esperti della valorizzazione. 

In questo modo, alla tecnologia semantica degli oggettiverrà aggiunta anche una tecnologia semantica delle visioni.

Questa transazione è molto importante: all’interno di una planimetria, lo stesso oggetto ha significati concettualmente diversi: per chi si occupa di tutela, una porta (che la si guardi con l’occhio dell’ingegnere, del tecnico di restauro, dell’architetto) è pur sempre un oggetto. Chi invece si occupa di gestione, più che all’oggetto è interessato al suo contrario (allo spazio che, aprendosi, libera) e che si ricollega ai flussi di visitatori, ecc.

È questa la sfida più importante. Creare strumenti che facilitino la condivisione di punti di vista differenti, nel pieno rispetto delle altrui competenze, limitando (anche attraverso l’utilizzo della tecnologia) l’assunzione di posizioni di “principio” per concentrarsi sugli obiettivi che “il team” dovrebbe perseguire.

Una sfida ardua, che da tempo si tenta di applicare (spesso con poco successo). Ma è questa la reale differenza tra “gruppo” e “squadra”. E senza squadra, non si vince.

 

TFA 2019
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