Mille anni di commerci marittimi nel Mediterraneo (VII sec. a.C.- VII sec. d.C.). Un approccio concettuale innovativo con ArcGIS per la ricostruzione delle relazioni

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L’attività marittima nel mar Mediterraneo dal VII secolo a.C. al VII secolo d.C, un argomento di studio sterminato. Il progetto MISAMS (Modeling Inhabited Spaces of the Ancient Mediterranean Sea) si è rivolto a questo tema di ricerca modellizzando con un metodo innovativo su piattaforma Gis la densità dell’attività marittima per secolo.

Lo sfondo teorico e metodologico di questa nuova possibile futura agenda dell’archeologia marittima è spiegato in un articolo di Matthew Harpster e Henry Chapman, affiliato il primo al Dipartimento di Archeologia e Storia dell’Arte, della Koç University (Istanbul - Turchia) e il secondo di quello di Classici, Storia Antica e Archeologia dell’Università di Birmingham (Regno Unito), apparso sul numero 111 di Journal of Archaeological Science (novembre 2019). I due ricercatori hanno in particolare applicato e validato questo nuovo approccio all'attività nel I secolo a.C. nel Mediterraneo occidentale ricavando nuove opportunità di comprensione delle dinamiche di  circolazione di persone e merci in questa regione marittima.

Il metodo, come sottolineano gli autori, presuppone, e ne è condizione imprescindibile per l’estensione ad altri contesti, la disponibilità di corpora di dati archeologici appropriati.

Il dibattito scientifico degli ultimi decenni ha visto sul tema diversi punti di vista modellistici. Da alcuni studiosi è stata data priorità all’uso delle fonti scritte (Strabone Orosio i portolani…) per ricostruire soprattutto il network marittimo, i suoi punti di diramazione, i tempi (McCormick, Arnaud, Kowalski), oppure la prevalenza è stata accordata ai materiali archeologici, non solamente, anche se prevalentemente, ceramiche, che il flusso dei commerci ha distribuito nei vari siti archeologici nelle varie regioni che si affacciano sul bacino del Mediterraneo (Fulford o Keay)  o, infine, con il crescere della ricerca archeologica sottomarina i corpora di materiali recuperati in fondo al mare (Nieto, Kingsley, Boetto, Leidwanger).

E sono proprio questi ultimi materiali a costituire la base dati scelta dagli studiosi del progetto  MISAMS (Modeling Inhabited Spaces of the Ancient Mediterranean Sea) incardinato presso l'Università di Birmingham.

Come evidenziare, visualizzare e comprendere le concentrazioni dei flussi marittimi attraverso il Mediterraneo? Come modellizzare il movimento di uomini e merci in mare?

Le piattaforme di informazione geografica sono a riguardo fondamentali per indagare i sistemi informativi realizzati con i dati provenienti dalle profondità del mare e dalla terraferma.

In passato la scelta adottata era quella di utilizzare in ambiente Gis  linee vettoriali di collegamento tra i punti di rinvenimento in mare e le posizioni terrestri  interessate dai flussi di merce, in genere i luoghi di origine degli oggetti, ma anche quelli, per ciascuna tipologia, di destinazione più ricorrente.

Dalla posizione del deposito archeologico sul fondo del mare, in base al materiale rinvenuto, si generava un vettore lineare che proprio per questa sua caratteristica non è però adeguato a rappresentare, questo il ragionamento di Harpster e Chapman, tutti i movimenti che una nave poteva aver effettuato e che si somma alla scontata incompletezza dei dati archeologici giunti sino a noi. Altrettanto insoddisfacente è l’esito inevitabile di tale metodo soggiungono i due studiosi con la descrizione di un paesaggio marittimo prevedibile e metodico cui si aggiungono ulteriori problemi di generalizzazione e di scala che limitano la caratterizzazione geometrica.

Per questi motivazioni per modellizzare le aree con maggiori densità di attività marittime nell'antichità nella loro ricerca i due studiosi hanno sostituito le linee o i percorsi schematici con una serie di poligoni. I poligoni sono stati assimilati concettualmente a luoghi abitati sulla terraferma. Le basi teoriche della modellizzazione dei ricercatori del MISAMS fanno esplicito riferimento alla Kulturlandschaft di Westerdahl e alla declinazione marittima nelle sue ricerche del concetto di paesaggio culturale, e ancora, andando più giù verso le radici epistemologiche profonde del loro lavoro, alla concezione che vuole integrare integralmente l’ambiente in una visione sistemica della cultura, robusta e fondamentale radice madre dell'archeologia del paesaggio. Una prospettiva che permette di andare oltre l’idea di sito o di caratteristica culturale. Essa ricomprende nel suo orizzonte componenti fisiche, relitti di navi, strutture portuali, carichi e componenti immateriali come tradizioni, topografie, toponimi. Il luogo dunque come derivazione dalla valorizzazione umana dello spazio che plasma l'attività umana e ne viene a sua volta plasmato.

Sovrapponendo i poligoni, è l’idea base di Harpster e Chapman, si possono evidenziare le aree con maggiore densità di attività. E non solo. Ciò serve a dare soprattutto consistenza a un modo alternativo di percepire e interpretare i modelli evidenziando il luogo come qualcosa di costruito socialmente in mare con gruppi di persone che più che su basi etniche si identificavano tra loro in base alla loro condivisione di attività, bisogni e interessi in contesti particolari.

Molte le domande. Corrisponde questo modello archeologico del passato alle rappresentazioni dello spazio marittimo mediterraneo delle fonti scritte, di autori come Strabone o Orosio?

Il progetto MISAMS ha affrontato questi problemi modellando i poligoni per rappresentare l'area in cui l'attività di una nave si svolgeva molto probabilmente prima che affondasse sul fondo del mare, interrompendo la rotta, spostando l’attenzione dal luogo del naufragio o dalle caratteristiche intrinseche dei materiali allo spazio di mare che la nave aveva percorso che ora viene inteso come manifestazione degli interessi e dei bisogni umani che hanno generato e sono dietro l’attività marinara.

La creazione e l'interpretazione di questi poligoni si basa sull'adozione e sull'adattamento di due tipologie ben note di analisi spaziali applicate all'archeologia. La prima è l’analisi dei bacini di approvvigionamento, la Site Catchment Analysis (SCA), la seconda l’analisi delle reti sociali, la Social Network Analysis (SNA), manifestazione a sua volta della teoria dei grafi.

Della prima i due studiosi intendono però superare la concettualizzazione che la vuole con bacini dai limiti definiti, la fissità spaziale e sposano le idee più recenti di bacini poligonali molto più complessi.Della SNA a Harpster e Chapman intriga l’idea che l'unione dei nodi possa rappresentare un'unità tangibile o intangibile (un'affiliazione religiosa, un legame familiare, uno stato educativo) che viene distribuita tra loro.

I dati utilizzati dal progetto provengono da due grandi fonti: per gran parte dal catalogo del 1992 di A.J. Parker (1100 siti), Shipwrecks of the Mediterranean and Roman Provinces, British Archaeological Reports,, International Series, 580, Oxford 1992 (con esclusione del Mar Nero) che fissa lo stato delle conoscenze in materia all'inizio degli anni '90, e poi da una raccolta di articoli scientifici pubblicati a partire dal 1990. Dei siti catalogati da Parker solamente 754 fornivano dati per tutti i parametri presi in considerazione dal progetto (date, importi approssimativi di oggetti, tipologie, origine). E noto per esempio che abbiamo ancora pochi dati dalla costa settentrionale dell'Africa.

E’ chiaro che a riguardo sussistono, oltre a intrinseche limitazioni alla loro qualità, problemi di coerenza e di affidabilità di dati compilati da ricercatori diversi, cronologicamente risalenti a epoche diverse, precedenti magari a scoperte che hanno permesso di ridefinire le cronologie. E i due autori lo sottolineano ma si tratta dell’unico corpus di cui si dispone.  E nella prospettiva archeologica inevitabile appare la loro scelta di una periodizzazione con unità di misura in secoli.

Un intuizione teorica fondamentale alla base di questo studio di Harpster e Chapman è, come si è detto, che una serie di poligoni sovrapposti possano modellare efficacemente la coalescenza e il cambiamento di un luogo in spazio marittimo. Questo luogo può assumere evidenza grazie alla  maggiore densità dei poligoni, o all'interno di una particolare regione o attraverso somiglianze nelle attività svolte.  

Nello studio è stato utilizzato ArcGIS 10.4. Rispetto ad altre procedure più sofisticate messe a punto da altri ricercatori l’approccio dei due studiosi potrebbe apparire grossolano ma in realtà non lo è.

Si parte da una semplice sovrapposizione grezza senza alcuna interpolazione. Una volta generati i poligoni, ognuno un file a parte,  a ciascuno di essi è assegnato un colore con una trasparenza del 60%. La sovrapposizione graduale dei colori indica visivamente la diversa densità spaziale dei poligoni. La maggiore concentrazione di poligoni evidenziata dal colore più intenso configura le aree con il più alto grado di similarità quanto a movimenti, attività e interessi umani.

Ogni poligono costituisce un file a sé in modo da potergli assegnare colore e trasparenza indipendentemente dagli altri poligoni. Si tratta di un chiaro svantaggio per la complessità e ripetitività delle operazioni di manipolazione e gestione finalizzate alla creazione dei modelli ma nel contempo appare a un’analisi più approfondita un vantaggio con riguardo alla minima quantità di estrazioni necessarie dal set grezzo dei dati e alla possibilità di coordinare i colori dei poligoni con determinate, particolari caratteristiche del deposito archeologico sottomarino. In un esempio i due riescono con l’uso di diversi colori a seconda delle località di provenienza degli oggetti a  rappresentare facilmente aree di attività interregionale o eterogenea.

Il secondo passaggio, operato con ArcGIS, è l’interpolazione a Distanza Inversa Ponderata (IDW) per valutare se si è in presenza di una regione diffusa in mare oppure di un’area ben precisa e ben definita.

Per produrre i raster bidimensionali dei risultati dell’interpolazione è per prima cosa necessario, chiariscono  Harpster e Chapman, generare un conteggio dei poligoni sovrapposti. Due i metodi prevalentemente usati in passato per operazioni di questo tipo, il primo utilizza i tool Fishnet e Spatial join, il secondo lo strumento di conteggio dei Poligoni sovrapposti della Sadeck Geotechnologies. Nel primo caso lo shapefile creato dallo strumento di join spaziale può essere interpolato tramite lo strumento IDW utilizzando per l’immagine raster del risultato il conteggio dei join nello shapefile come Z. Per evitare effetti distorsivi di visualizzazione possibili con Fishnet allorché i poligoni in gioco sono pochi i due studiosi hanno preferito, sottolineandone la maggiore efficacia, l’uso del secondo strumento, il conteggio dei Poligoni sovrapposti della Sadeck Geotechnologies, che invece identifica tutti i poligoni rappresentati all'interno del file di forma poligonale generando conteggi per ciascun poligono identificato.

Applicata la procedura ai dati archeologici, in particolare un corpus di 140 rinvenimenti subacquei risalenti al I secolo a.C., i dati analizzati con lo strumento Count Polygons Overlapping e interpolato tramite IDW, hanno evidenziato una regione di densa attività tra l'Italia centrale, il sud Francia e la Spagna centrale.

A questo punto i due hanno voluto verificare se i risultati applicati al mondo reale fossero effettivamente in grado di definire un quadro credibile rispetto a una simulazione realizzata sostituendo ai 140 siti di naufragi altrettanti punti creati lo strumento Crea punti casuali all'interno di ArcGIS. La densità massima dei poligoni sovrapposti nella simulazione è risultata minore della densità massima dei poligoni generati dalle località reali.

Certamente questo nuovo approccio per modellare l'attività marittima nel Mediterraneo antico ha bisogno, al fine di produrre restituzioni più raffinate, di perfezionamenti sia della procedura che della base dati da utilizzare.

Questi e altri modelli prendono in considerazione esclusivamente infatti gli oggetti della cultura materiale rinvenuti in fondo al mare e in questo modo sono destinati a sfuggire inesorabilmente i comportamenti per esempio delle imbarcazioni che trasportavano solamente grano

Tra gli aspetti positivi la possibilità di produrre rapidamente grazie e attraverso questo metodo una serie di modelli consecutivi. Una circostanza che può generare negli studi prospettive diverse sulle dinamiche di cambiamento delle attività marinare e nell'uso degli spazi marini.  L'attività marittima è cambiata con l'eruzione del Monte Vesuvio nel 79 d.C., per esempio? Il trasferimento da Roma a  Costantinopoli ha spostato  anche i modelli di attività? Queste alcune delle domande degli autori della ricerca si propongono con l'intento di risposte future.

È certamente la possibilità di produrre modelli consecutivi rapidamente rende possibili confronti tra i modelli delineati dal metodo di Harpster e Chapman e i cambiamenti rilevati dall'archeologia, dagli studi storici, dalla riflessione storiografica nelle città portuali, nelle tendenze socio-economiche o a causa di catastrofi ambientali. (La mappa delle relazioni nel Mediterraneo occidentale è di Matthew Harpster, tratta dall'articolo). 

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