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Venerdì, 12 Novembre 2010 19:41

Pompei: la “metafora” trascurata e sbriciolata dell’Italia

Stefania Chirico

“Prevenire è meglio che curare".
Parole tante volte pronunciate, soprattutto nel campo della medicina.
In realtà trattasi di un detto validissimo in diversi settori, soprattutto in quello culturale.
Non sono passati molti giorni dalla notizia che ci ha raggiunto attraverso i media e che riguarda il sito archeologico di Pompei, ormai definito come “cumulo di calcinacci”, “piramide di pietre” in cui si notano qualche “gancio del vecchio solaio in cemento armato” e “pezzi di muro e di mattoncini rossi”.
Per la sua notevole importanza a livello mondiale, questo museo a cielo aperto è stato incluso nel 1997 nella World Heritage List strutturata dall'Unesco, ed è stato oggetto di numerosissimi interventi sia di tipo amministrativo-giuridico (legge 352, art.9), sia di restauro fin dal 1997.
Tali interventi hanno inciso sia positivamente quanto negativamente sullo stato del sito.


Analizzando dapprima le conseguenze positive della gestione della soprintendenza autonoma, si riscontrano in primo luogo la creazione di un sito internet utile x i fruitori che possono trovare informazioni sull’area e sulle indagini archeologiche; la strutturazione di percorsi di vista tematici e notturni; la possibilità di acquistare biglietti cumulativi; la presenza di servizi aggiuntivi; la possibilità di ricevere informazioni dalla segnaletica inserita nel sito archeologico; la consegna gratuita di una piantina per orientarsi nel sito durante la visita ed infine la realizzazione di eventi e di esposizioni temporanee all'interno del sito.
Proprio da quest'ultimo punto trovano posto le riflessioni più critiche di questa nuova forma di gestione.
In primo luogo, ci si chiede quale sia stato l'effettivo ruolo degli eventi espositivi temporanei e come questi abbiano inciso nella fruizione del sito. Indubbiamente sono stati catalizzatori di turismo, visto che Pompei vanta oltre due milioni di visitatori annui.

Ci si chiede, allora, se sia effettivamente la rilevanza archeologica ad attirare turismo, in quanto fonte di conoscenza, oppure l'evento, essendo quest'ultimo percepito come occasione speciale di intrattenimento a cui partecipare in quanto breve e temporanea.

Le mostre nascono negli anni settanta-ottanta del Novecento come strumenti per attirare la nuova società contemporanea. Lo scopo precipuo delle mostre è stato da sempre di natura quantitativa, ossia mirante all’aumento del numero dei visitatori e, essendo la mostra di carattere soprattutto attrattivo, si è cercato di investire ingenti somme di denaro pur di ottenere trend di fruizione elevati. Questo ha penalizzato musei e aree archeologiche che hanno visto una progressiva riduzione delle risorse da investire per attività di conservazione e di valorizzazione.
Si ritiene giusto sottolineare, però, che nel caso di Pompei, gli eventi, le mostre ed i percorsi tematici organizzati hanno contribuito alla fruizione del sito anche in senso positivo: è vero che l’organizzazione degli eventi ha indotto a ridurre le attività di manutenzione per mancanza di fondi, ma indubbiamente ha favorito il ritorno di immagine del sito, il richiamo di numerosi visitatori, il dialogo con i fruitori ed un aumento di profitti.
In secondo luogo, si ritiene indispensabile sottolineare le problematiche individuate anche dal soprintendente Pier Giovanni Guzzo nel 2003 e che riguardano sia la gestione del personale, sia la direzione amministrativa, sia gli aspetti di vigilanza, sia la presenza di esercizi abusivi nei pressi dell'area archeologica, sia, infine, lo stato di degrado dei reperti e delle aree limitrofe.
In tale contesto, si ritiene indispensabile soffermarsi sulla prima e sull'ultima criticità. Nel caso della gestione del personale, il fatto di dover fare riferimento direttamente all'amministrazione centrale del Ministero dei beni e delle attività culturali non ha permesso di formare e qualificare i dipendenti in modo tale che possedessero competenze di gestione e di manutenzione per salvaguardare i reperti, evitando il degrado del sito.
Appare fondamentale, infatti (e qui si apre la seconda criticità), che all'interno degli istituti di cultura, ci sia la necessità di personale qualificato, di un'equipe interdisciplinare, collaborativa ed efficace, che provveda a monitorare costantemente lo stato del luogo culturale e che sia pronta ad intervenire laddove necessario.
In un contesto come quello attuale di Pompei, la situazione appare ben diversa da come sarebbe auspicabile: "Sono rimasti cinque operai -spiega la dottoressa Annamaria Ciarallo- mentre vent'anni fa ce n'era un centinaio”. E’ evidente che solo cinque addetti ai lavori non possono gestire un’area di dimensioni così vaste e con enormi problematiche di conservazione.
Nel 1997, con la legge n.352, art.9, si è verificato il primo caso in Italia di gestione autonoma del patrimonio archeologico. La legge, infatti, attribuiva alla Soprintendenza di Pompei completa autonomia in ambito scientifico, finanziario, amministrativo ed organizzativo, con il fine di semplificare la struttura amministrativa e decisionale e di decentrare competenze e responsabilità verso le strutture periferiche dell’amministrazione statale. Inoltre, la legge dava la possibilità di costruire legami con i soggetti privati per la gestione dei beni archeologici.
Nel 1998, la soprintendenza archeologica di Pompei, divenuta autonoma, si è dotata di un consiglio di amministrazione (composto da soprintendente, direttore amministrativo e funzionario della precedente struttura direttiva); un collegio dei revisori dei conti (costituito da due funzionari del Ministero per i beni e le attività culturali e da un funzionario del Ministero dell’Economia e delle finanze); un comitato consultivo (composto dal soprintendente di Pompei, dal responsabile amministrativo della soprintendenza, dai rappresentanti della provincia di Napoli e della Regione Campania e dai sindaci dei comuni coinvolti nella soprintendenza); un ufficio del direttore  amministrativo.
In quanto struttura autonoma, questi organi possedevano completa libertà di poteri nell’ambito della tutela e della valorizzazione dell’aera archeologica. Inoltre, nell’ambito amministrativo, vi era anche la possibilità di coinvolgere figure manageriali, mentre in quello finanziario gli introiti derivavano dalla bigliettazione e dalla riscossione di diritti di varia natura. Infine, era anche previsto un incentivo fiscale statale del 30% sul totale di spesa per la società pubblica o privata che avrebbe svolto attività volte alla salvaguardia del sito.
Il 26 novembre 2007, il Presidente della Repubblica emana il decreto n.233 secondo il quale l’organizzazione dell’amministrazione centrale e periferica del Ministero dei beni e delle attività culturali è stata completamente rivisitata. Infatti, è stata costituita la Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei alla quale sono state assegnate le aree archeologiche ed i musei gestiti prima dalla Soprintendenza di Pompei.
La nuova Soprintendenza ha deciso di non mantenere la figura del direttore amministrativo, invece ha conservato il consiglio di amministrazione (composto dal soprintendente che svolge il ruolo di presidente, dal funzionario per la contabilità ed il bilancio, dal funzionario tecnico-scientifico e da un addetto nominato dalla conferenza Stato-Regioni) e  il collegio di revisione dei conti (costituito da due funzionari del Ministero per i beni e le attività culturali e da un funzionario del Ministero dell’economia delle finanze con il ruolo di presidente).
Nonostante tali decreti offrissero autonomia di gestione al fine di permettere attività di tutela e valorizzazione del sito, nel sito di Pompei si sono riscontrati diversi aspetti negativi che hanno indotto il governo a dichiarare lo stato di emergenza per questioni riguardanti la gestione dapprima fino al 30 giugno 2009, prorogato poi fino al 30 giugno 2010.
L’11 luglio 2008, con ordinanza n.3692 del Presidente del Consiglio dei Ministri, è stato definito il ruolo del Commissario, che si sarebbe dovuto occupare della salvaguardia e della messa in sicurezza delle aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Castellammare di Stabia; dell’allontanamento degli stabilimenti abusivi in prossimità del sito archeologico; dei rapporti con i soggetti privati per la vigilanza dell’area archeologica di Pompei; della distribuzione del personale della Pubblica Amministrazione addetto ai lavori nel sito; per interventi di manutenzione contro il degrado dei reperti archeologici; per attività di fund raising volte agli interventi per la tutela del sito.
Successivamente, il 30 luglio 2009, in seguito alla proroga dello stato d’emergenza, è stata emanata una seconda ordinanza, la n. 3795 che ha ampliato i compiti del Commissario, quali ad esempio la possibilità di interdire attività l’esercizio del commercio, di promuovere iniziative che incentivino qualitativamente la fruizione del sito, la presenza di servizi di guida per i turisti, le attività di comunicazione per la promozione e valorizzazione delle aree archeologiche e la strutturazione di due documenti, uno che censisse i beni culturali e  l’altro che individuasse azioni di tutela.
Accanto alla figura del Soprintendente, sarebbe stata importante anche quella del manager, che possiede competenze e dimestichezza in ambito finanziario e gestionale. Anche il ministro Maria Stella Gelmini ritiene, infatti, che “se ci fosse stata una impronta manageriale forse  il caso Pompei non ci sarebbe stato”.
Analizzando l’ordinanza n.3795, nei compiti assegnati al Commissario sono evidenti sia quelli di tutela del patrimonio, sia quelli di valorizzazione. I due aspetti sono stati messi sullo stesso piano e non è stata data incidenza a quelli di protezione e di salvaguardia, nonostante fossero comunque evidenti delle necessità.
Tornando all’ambito normativo, la legge n.142/1990 sull’ordinamento delle autonomie locali, il decreto legislativo n.443/1992 divenuto poi legge n.4/1993 sui servizi aggiuntivi, il decreto legislativo n. 29/1993 sulla razionalizzazione dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche e sulla revisione della disciplina in materia di pubblico impiego e il decreto legislativo n.77/1995 hanno lanciato positive possibilità di strutturazione di equipe di lavoro multidisciplinari, permettendo di coinvolgere anche soggetti privati, al fine di raggiungere e mantenere uno stato di equilibrio economico, di efficienza e di efficacia nei luoghi culturali.
Tali aspetti, che probabilmente non sempre vengono colti, sarebbero auspicabili soprattutto nei musei e nelle aree archeologiche: trattasi di luoghi in cui si respira spesso un’aria di “vecchio, di vissuto, di passato” e vengono costantemente percepiti come aree adibite alla semplice esposizione e conservazione di pezzi archeologici, e non come poli culturali in cui svolgere ricerca ed attività volte alla conoscenza e all’apprendimento.
Se in tali luoghi l’assetto istituzionale e lo staff del personale mantengono una struttura statica, diviene difficile, anzi, impossibile, “dinamicizzare” i luoghi di cultura e migliorarne la loro qualità. Indubbiamente, questo stato di fatto deriva dall’incapacità di considerare i poli culturali come catalizzatori economici su cui si deve investire, iniziando dapprima dalla riqualificazione del personale, che deve essere aggiornato e in possesso di competenze diverse, da integrare al fine di raggiungere risultati efficientemente ed efficacemente qualitativi.
Per quanto riguarda il sito archeologico di Pompei, da oltre sei mesi manca il sovrintendente e il responsabile dell’area è un reggente provvisorio, Jeanette Papadopoulos, nominata dal ministro Sandro Bondi. Inoltre, dal 2009 gli scavi nel sito sono stati gestiti da un commissario della Protezione civile.
Riprendendo le riflessioni sui contesti archeologici in generale, si ritiene indispensabile che la squadra di lavoro abbia come principale obiettivo il mantenimento dell'area nel migliore stato possibile, al fine di garantirne la conoscenza e la fruizione.  
Ne è l'importanza della conservazione, ovvero di tutte quelle azioni che prevengono, impediscono e rallentano il degrado dei beni. Ovviamente, sarà indispensabile tener conto anche dei fattori climatici e ambientali che incidono sul reperto riportato alla luce.
Indubbiamente è notevolmente preferibile la conservazione preventiva a quella curativa.
La conservazione preventiva si basa sul riconoscimento del valore di un bene, sulla consapevolezza della sua irriproducibilità e insostituibilità e sulla volontà di trasmetterlo ai posteri, poiché bene semioforo.
Inoltre, la conservazione preventiva mira alla tutela del reperto agendo indirettamente, ovvero intervenendo solo sul suo ambiente circostante.
Invece, la conservazione curativa, punta alla tutela del reperto agendo direttamente sullo stesso.
Nel caso dell'archeologia, e in particolare in siti archeologici all’aperto come quello di Pompei, infatti, è fondamentale che si individui una serie di azioni conservative da attuare sul contesto di rinvenimento, prima ancora che il reperto venga messo in luce, per evitarne, appunto, il degrado climatico-ambientale. Successivamente, una volta esposto, si richiedono interventi costanti sia sul contesto sia sul bene, soprattutto laddove questo presenti elementi di deterioramento.
Pertanto, è evidente che nell’ambito della conservazione preventiva è fondamentale l’integrazione con la disciplina della climatologia, che si basa proprio sullo studio delle componenti fisiche dell’ambiente in cui è conservato un bene di valore culturale e ne rileva, attraverso costanti azioni di monitoraggio, i parametri climatici fondamentali di temperatura, di umidità e di luce.
In una situazione di povertà economica come quella attuale, la conservazione preventiva risulta di fondamentale importanza perché permette di limitare gli interventi di restauro che invece sono notevolmente costosi.
In ambito legislativo, nel Codice dei Beni Culturali e paesaggistici, emanato il 22 Gennaio 2004, con decreto legislativo n.42, viene sottolineata l’importanza del restauro preventivo, ovvero di tutte quelle azioni volte alla conservazione del bene culturale. Nello specifico, l’art.29 della sezione seconda, intitolato “Misure di conservazione”, sottolinea che “la conservazione del patrimonio culturale è assicurata mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e restauro”, quindi presuppone che i soggetti che si occupano della materia possiedano competenze multidisciplinari, afferenti ad ambiti quali la chimica dei materiali, la fisica dell’ambiente, l’areobiologia, il restauro e la museologia ed un’alta formazione scientifica universitaria. Inoltre, il medesimo articolo specifica che la prevenzione è “il complesso delle attività idonee a limitare le situazioni di rischio connesse al bene culturale nel suo contesto”, mentre la manutenzione è “il complesso degli interventi volti al controllo delle condizioni del bene culturale e al mantenimento dell’integrità, dell’efficienza funzionale e dell’identità del bene e delle sue parti”.
Accanto al Codice dei beni culturali e paesaggistici, a partire dal 1997 anche l’Ente Nazionale Italiano di Unificazione ha emanato delle norme riguardanti il monitoraggio ambientale e l’analisi di valori di riferimento per la conservazione del patrimonio .  
Pertanto, la conservazione preventiva è un modo per prevenire l’insorgenza di fenomeni di degrado totale, come quello verificatosi appunto nella Domus dei Gladiatori nei giorni scorsi. Soprattutto, essa permette di programmare interventi di restauro mirati e non troppo invasivi. Infatti, la base di un articolato concetto di restauro presuppone una corretta conservazione del bene, ovvero che sia stata costituita una condizione ambientale confacente per il bene stesso.
Inoltre, nel caso in cui si ritenga indispensabile intervenire con azioni di restauro, queste devono essere minime, reversibili e riconoscibili e soprattutto devono essere utilizzati materiali funzionali e resistenti, che si integrino con quelli già esistenti, senza danneggiarli.
Se si svolgessero con attenzione e con costanza queste piccole azioni di "manutenzione" ordinaria e di preservazione nei vari siti archeologici della nostra penisola, si eviterebbe di assistere a stati di depauperamento e perdita di grandi ricchezze culturali ed identitarie di cui siamo detentori ed eredi. Come ha affermato Luigi Necco, si devono amare le aree culturali che non devono essere trattate come Lunapark. Ben vengano gli investimenti economici per l'organizzazione di eventi e di mostre temporanee nei luoghi permanenti di cultura, ma si strutturino dapprima dei piani di gestione che in un primo momento vedano investimenti per la manutenzione e per il mantenimento qualitativo degli stessi.
“Fa rabbia -ha affermato Tsao Cevoli, presidente dell'Associazione nazionale Archeologi- vedere un crollo del genere provocato dall'incuria, quando sempre a Pompei, a pochi passi di distanza sulla stessa via dell'Abbondanza, si sono spesi milioni di euro per istallare ologrammi virtuali e pannelli fotografici nelle Domus di Giulio Polibio e dei Casti Amanti”.
Purtroppo, appare evidente come a Pompei sia stata trascurata la manutenzione ordinaria, mentre ci siano stati investimenti in attività di comunicazione. La conservazione preventiva, però, dovrebbe essere il fondamentale punto di partenza per strutturare, in un secondo momento, un'attività di valorizzazione adeguata, comprendente anche la promozione e la comunicazione del sito o la programmazione di eventi, mostre, attività collaterali che contribuiscono ad incentivarne la fruizione, nel rispetto dello stesso.
Sarebbe ideale che gli eventi e le mostre si integrassero con le attività dei luoghi di cultura in termini di perfetto equilibrio, per garantire tanto intrattenimento quanto educazione culturale ed apprendimento, senza avere come obiettivo primario solo l’aumento quantitativo dei fruitori. L’ottimale si raggiungerebbe collimando sinergicamente i ruoli dei poli espositivi con quelli degli eventi: da un lato funzione educativa e sociale, dall’altro, attività di comunicazione culturale e di attrazione turistica nel territorio, ottenendo, così, risultati culturali ed economici.
Il caso della Domus dei Gladiatori è dunque un ennesimo campanello d’allarme sulla situazione attuale dell’Italia. Non siamo circondati solo dalla crisi politico-economica, ma anche, e soprattutto, da una profonda crisi culturale.
Sappiamo benissimo che l’Italia detiene un immenso patrimonio culturale. Anzi, la risorsa dell’Italia è il patrimonio culturale. Il problema principale è l’incapacità di gestione e di investimento in esso e per esso.
Perché, a differenza di quanto affermato provocatoriamente dal ministro dell’economia Giulio Tremonti, con la cultura si può mangiare, ma solo se in essa ci si riconosce, se ne rivelino i valori e si investa in modo efficiente.
Finché si ritiene che i reperti archeologici siano “un mucchio di rovinassi”, come ha affermato il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, il patrimonio artistico culturale italiano continuerà ad essere un problema per il paese e non una ricchezza ed una risorsa.
Senza dubbio si è consapevoli della situazione disastrosa in cui la regione Veneto si trova in questi giorni a causa della pioggia incessante che ha causato danni gravissimi alla popolazione e alle attività economico-industriali, ma le parole del governatore difficilmente trovano giustificazione. Anzi, si percepisce come la cultura sia vista come un settore non parallelo, ma alternativo, dal quale possono essere tagliati fondi per investirli in altri ambiti, proprio perché ritenuti più importanti.
In realtà la cultura è un settore di importanza paritaria agli altri e che, forse più di tutti, si trova in una situazione piuttosto grave e “pericolante”, come concretamente attestano le strutture architettoniche di vari siti archeologici, tra cui, oggi, Pompei.
Pertanto, per chi crede nel valore dei beni culturali, è inevitabile percepire uno stato di sofferenza profonda ed oggettiva che permea tale settore: la cultura viene considerata un elemento superfluo, sulla quale non conviene investire.
Invece, “disinvestire dalla cultura è disinvestire dal sistema Italia” come ha affermato Walter Veltroni.
La cultura è una “proteina nobile” che serve alla democrazia del paese, è utile per costituire la soggettività dei cittadini, la loro capacità di decidere e di valutare. E la soggettività dei cittadini è sinonimo di democrazia. Questo concetto è di fondamentale importanza: non va dimenticato che con la Rivoluzione Francese la cultura e i poli espositivi assumono valore fortemente democratico, in quanto divengono luoghi accessibili a chiunque e strumenti di conoscenza.
Il caso di Pompei assume un’eco fortissima a livello nazionale ed internazionale, perché il sito ha sempre svolto un ruolo determinante nella storia culturale del Paese.
Pompei è definita “metafora culturale dell’Italia”. Un sito archeologico di tale pregio esiste solo nel nostro paese ed è testimonianza della storia millenaria dell’uomo.
Ciò che è accaduto è l'ennesima prova del disinteresse del governo per la cultura, è emblema di una mancanza di cura, oppure, laddove si sia agito, di una cura malfatta.
Si è verificato il degrado del sito a causa di una totale incuria, dovuta ad una mancanza di affetto  e di interesse verso ciò che ci appartiene, verso il nostro patrimonio culturale, la nostra storia, la nostra risorsa.
E’ evidente che per arrivare all’attuale stato dell’arte, questo disinteresse non sia recente, ma si stia prorogando da moltissimo tempo. Anche in questo caso si ritiene che la responsabilità sia da ritrovare nelle classi dirigenti che, probabilmente, non credono nello sviluppo economico e democratico attraverso gli investimenti in cultura. Infatti, siamo l’unico paese che, nonostante detenga la maggior percentuale di patrimonio culturale, investe pochissimo nella tutela e nella valorizzazione di questo.
E’ sorprendente che in un sito archeologico di tale pregio ed importanza siano stati effettuati solo due interventi di restauro, il primo intorno al 1920 e il secondo nel 1947. Non solo, appare ancor più discutibile che siano state adoperate strisce di piombo per isolare le pitture dall’umidità e il cemento armato per la copertura, che poggiava su muri privi di fondamenta.
Inoltre, non sono stati effettuati interventi sull’ambiente circostante, visto che la vegetazione invade, deteriorandoli, le malte ed i tetti delle strutture archeologiche realizzate in cemento armato.
Inoltre, si invita a riflettere sia su quanto affermato dall’archeologo Salvatore Ciro Nappo, il quale dichiara che nel sito di Pompei ci siano stati altri crolli prima di questo, come ad esempio la Casa del Labirinto nel 2004, sia sull’indagine commissionata nel 2005 dal soprintendente Pietro Giovanni Guzzo, dalla quale è emerso che il 70% degli edifici richiedeva interventi di restauro e messa in sicurezza (il 40% con la massima urgenza perché in stato pessimo o addirittura con un cedimento e il rimanente 30%, in stato appena mediocre, in un secondo momento).
Attualmente, la situazione era davvero disastrosa: come ha affermato la biologa Anna Maria Ciarallo, “sono sparite le "viminate", tronchi di castagno in orizzontale che, come palizzate, segnano i terrazzamenti; le radici delle piante di rosmarino imbrigliano la terra e non la lasciano dilavare; la parte di via dell'Abbondanza sottostante alla Casina dell'Aquila in prossimità della Casa dei Gladiatori e le collinette degli scavi ancora da realizzare non sono bloccate da nessun tipo di paratie; restano "scoperte", e quindi in pericolo, la Casa dei Pittori e dei Casti Amanti, dove il lapillo ha via libera e la pioggia porta fango”.
Altrettanto interessanti sono, poi, le parole di Luisa Bossa, deputata del Partito Democratico ed ex sindaco di Ercolano, che da mesi afferma di aver denunciato, invano, attraverso interrogazioni ed articoli, il degrado allarmante degli scavi di Pompei e ritiene che il gravissimo crollo sia dimostrazione di sottovalutazione della situazione nell’area archeologica.
Pertanto, si ribadisce la mancanza di responsabilità di un intero sistema in cui i soggetti operanti non riconoscono nella cultura il valore di democrazia e nel patrimonio storico i valori di storia e di identità sociale.
La mancanza di tali consapevolezze incide sulla tutela, sulla conservazione e sulla valorizzazione del patrimonio che, non essendo considerato come risorsa culturale ed economica del paese, è trascurato e soggetto a incuria ed errata gestione.
Significative sono anche le parole del critico d’arte Philippe D’Averio, il quale afferma che “I crolli sono una cosa naturale, ma meno comprensibile è il fatto che lo Stato italiano non riesca a proteggere il suo patrimonio”. Inoltre, il critico fa notare che “L'Italia spende una cifra ridicola per la gestione patrimoniale, lo 0,19% del Pil, mentre gli altri paesi investono dall'1 al 2%. L’Italia, però, ha venti volte il patrimonio che possiedono gli altri e non riesce a conservarlo”.
Purtroppo, solo a seguito del crollo della Domus dei Gladiatori sono esplose riflessioni sulla gestione del Patrimonio culturale italiano. “Nel museo all'aperto più grande del mondo”, come affermano il sindaco di Pompei Claudio D’Alessio e l’ex ministro Francesco Rutelli, si è aperta una “ferita mortale che colpisce l'immagine dell'Italia” e che illustra pienamente le problematicità culturali contro le quali ci si dovrebbe battere costantemente.
Aree archeologiche, musei, biblioteche, sono luoghi di cultura nei quali la popolazione può alimentarsi. In essi si ritrova il passato della nostra società, si apprendono valori e ideologie che hanno permeato il territorio italiano. Tali luoghi, però, non sono solo custodi del passato; in essi si dovrebbero svolgere anche attività di ricerca, di apprendimento, di scambio culturale.
Solo quando si capirà che il patrimonio culturale italiano è il petrolio del nostro paese, si inizierà anche ad investire criticamente in cultura, a “mangiare cultura” e a “vivere di cultura”.



BIBLIOGRAFIA
P. Bilancia (a cura di), La valorizzazione dei beni culturali, Franco Angeli, Milano 2006
F. Donato, A.M. Visser Travagli, Il museo oltre la crisi, Electa, Milano 2010
Isac-Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, Oggetti nel tempo. Principi e tecniche di conservazione preventiva, Clueb, Bologna, 2007
K. Pomian, Collezionisti, amatori e curiosi, Il Saggiatore, Milano 2007
L. Peyronel, E. Ascalone, G. Spreafico, conservazione e valorizzazione dei siti archeologici, Arcipelago Edizioni, Milano 2007
L. Peyronel (a cura di), Conservazione e valorizzazione dei siti archeologici, Arcipelago Edizioni, Milano, 2010
A.A. V.V., Cultural Landscape, Balancing nature and heritage in preservation practice, Richard Longstreth Editor, Minneapolis 2008

RASSEGNA STAMPA

A. Bordignon, Ennesimo scempio a Pompei, crolla la Domus Gladiatori. Bondi: serve più manutenzione, in Il Sole 24 ore, 6 novembre 2010
Pompei muore, in Il Fatto Quotidiano, in www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/06/pompei-muore/75587/, 6 novembre 2010
Pompei: crollata la Domus dei GladiatoriNapolitano: «Una vergogna per l'Italia», in Il Corriere della Sera, 6 novembre 2010
Pompei, crolla la Domus dei Gladiatori in Il mattino di Padova, Domenica 7 novembre 2010
M. R. T., Pompei a rischio, possibili altri crolli, in Il mattino di Padova, Lunedì 8 novembre 2010
Pd: mozione di sfiducia per Bondi, in Il mattino di Padova, Martedì 9 novembre 2010
F.F., Molti altri crolli tenuti nascosti, in Il mattino di Padova, Martedì 9 novembre 2010
La pioggia frusta le domus. Pompei trema per il maltempo, in La Repubblica, Napoli, 9 novembre 2010
Pompei, dossier shock: a rischio crolli il 70% delle case. Ue: sconvolti e tristi, in Il Messaggero, 9 novembre 2010
Zaia: soldi prima al Veneto poi anche Pompei, in www.ansa.it, 9 novembre 2010

 



Ultima modifica il Giovedì, 12 Febbraio 2015 17:32

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