Una lezione dalla missione degli osservatori Unesco a Pompei

Pompei
La situazione di Pompei e dei crolli che si sono succeduti ci ha portato ad avere un’indagine da parte dell’Unesco per verificare lo stato in cui è protetto e conservato e per verificare se sia necessario prendere azioni particolari.
Quello che ha rilevato la missione probabilmente era già noto ma quello che è più scottante per un paese come il nostro è il cattivo esempio che stiamo dando, proprio nel momento in cui di fronte alle istituzioni internazionali ci si vanta, da una parte di avere uno dei patrimoni storici più consistenti del mondo, e dall’altra, la più grande competenza nel campo della conservazione e restauro.
La missione guidata da  Christopher Young, il capo del dipartimento “world heritage and international policy” all’ English Heritage, ha dichiarato che Pompei rappresenta la più importante testimonianza del mondo Romano per quello che ci può dire riguardo la vita di tutti i giorni dell’epoca. E’ stato assistito da due specialisti di Parigi  rappresentanti dell’Icomos  (International Council on Monuments and Sites) quali Jean-Pierre Adam,  professore alla Ecole du Louvre, e Alix Barbet, il direttore della ricerca al Centre National de la Recherche Scientifique (l'omologo del nostro direttore del CNR).
Il report concentrandosi sulle condizioni del crollo della Schola Armaturarum, rilascia in fondo considerazioni che pesano molto e ci devono far riflettere sulla condotta della politica dei beni culturali abbracciata negli ultimi decenni dalla nostre istituzioni. Nel testo del report si dichiara infatti che, sebbene Pompei rimanga in buone condizioni, i problemi sono numerosi tra i quali assumono rilevanza “...inappropriati metodi di restauro e una generale carenza di staff qualificato… i progetti di restauro sono dati ad esterni e la qualità del lavoro dei contractors non è verificata... manca un efficiente sistema di convogliamento delle acque meteoriche che porta ad infiltrazioni con eccessiva umidità che gradualmente degrada le condizioni strutturali degli edifici e dei suoi decori”. Altri appunti vengono poi sulla gestione e sul personale. La struttura è “molto rigida” con impiego di personale con “lavoro sicuro fino al pensionamento” che rende in pratica “virtualmente impossibile acquisire nuove figure”. Sebbene siano impiegate 470 persone c’è carenza di staff professionale e ci sono pochissime risorse per la manutenzione e solo 23 guardiani sul sito che non indossano uniformi e spesso non mostrano neanche il badge. Dal 1987 i custodi sono stati ridotti di un quarto mentre il numero di visitatori è cresciuto in maniera considerevole (2,3 milioni/anno con punte di 20.000/giorno nel 2010).
Un ulteriore problema è la chiusura di una grade porzione del sito. Nel 1956 furono aperte ai visitatori 66 case restaurate  ma ad oggi il numero si è ridotto a 15, delle quali solo 5 sono permanentemente aperte. Questo porta al fatto che molte parti sono visitate abusivamente, senza controllo dei guardiani il che porta ad atti spesso anche di vandalismo o di sofferenza in genere delle strutture. La missione ha infatti constatato che i peggiori atti di vandalismo sono proprio nelle zone chiuse, forse maltrattate proprio a causa della loro chiusura.
I risultati sono evidenti dalla parole riportate nella Decisione Unesco reperibile al link seguente:

http://whc.unesco.org/en/decisions/4504

Un report che definirei "pesante" che ci fa riflettere su quale sia lo stato attuale delle nostre istituzioni, considerando che ancora ci permettiamo di “portare all’estero la nostra competenza” che era indiscussa fino a pochi anni fa. Ma forse proprio questa “esportazione” , o particolare attenzione per l'estero, ha causato l’abbandono dei monumenti italiani.

Ma dovevamo farcelo dire dagli Osservatori dell'Unesco tutto quello che sappiamo e che normalmente insegniamo? Lo spirito di "manutenzione preventiva" è stato l'elemento portante di progetti che, incompresi dalle istituzioni politiche, sono stati chiusi ed affondati, anche per dare lavoro indiscriminato alle imprese di costruzioni per i restauri. Una citazione per tutti vada alla Carta del Rischio del Patrimonio Culturale (www.cartadelrischio.it) praticamente congelata nel nulla.

Avevamo un Istituto Centrale del Restauro la cui fama si era spinta in ogni parte del mondo, quando guidato da menti lucide, aveva messo a punto il connubio più importante tra umanisti e scienziati facendo interagire storici e architetti insieme a fisici, chimici, biologi, ecc. per convergere sul comune tema del restauro e della conservazione. La scuola di tale Istituto ha formato restauratori tra i più famosi e competenti al mondo.  Scuola che era stata anche chiusa pochi anni fa, con motivazioni molto distanti dalle “pratiche” necessità del settore e come se non bastasse lo stesso Istituto continua a cambiare nome, come se si volesse aumentare ancora la confusione e la percezione nel mondo delle nostre capacità.

Ma quello che più sconcerta e ci lascia profondamente a disagio, senza parole, è che tale istituto non ha avuto ricambi e ora il personale sta andando in pensione senza aver passato ai successori l’enorme competenza ed esperienza accumulata nei decenni passati.
Si sta interrompendo cioè il concetto di “Scuola”, per la prima volta in Italia anche nel Restauro, per continuare ad ostinarsi a non dare l’accesso ai giovani e chiudere uno dei principali sbocchi lavorativi su cui ancora abbiamo competenza da vendere!Related Articles

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